«Non arrendetevi mai»

Il ricordo di chi l’ha conosciuto profondamente sugli scranni di Montecitorio. I suoi incontri con Chiara Lubich  
Oscar Luigi Scalfaro
Fu l’unica volta in cui condivisi una scelta politica con Marco Pannella: votare Oscar Luigi Scalfaro alla Presidenza della Repubblica. Non credo avessimo le stesse ragioni: la mia era quella che non si poteva correre un’altra volta il rischio che dal massimo “colle” repubblicano si governasse minacciando questi e quelli col “vaso di pandora” dei già tanti misteri che avvolgevano l’Italia. C’era bisogno di qualcuno che fosse esperto, ma fuori dai giochi.

 

Dapprima i voti per Scalfaro furono pochi: fu l’orrenda strage di Capaci che fece nascere nel Parlamento, assieme alla paura, il desiderio di chiarezza e il candidato outsider divenne il nono Presidente della Repubblica.

Io, al pari di tutti i peones parlamentari, lo avevo conosciuto bene. Egli, unico fra i “grandi vecchi” della Democrazia Cristiana, passava ore ed ore in aula, a seguire, dimostrando un’inarrivabile passione democratica, dibattiti e votazioni nelle quali, dato che non era richiesto il numero legale, l’aula era praticamente deserta. Quante conversazioni ebbi con lui sul senso delle istituzioni, sulla centralità dei principi costituzionali e sulla necessità di una sana laicità nel cristiano. Per lui, che pur non dimenticava mai di infilare nel bavero della giacca il distintivo della Azione Cattolica, era molto chiaro che la salvaguardia dei valori cristiani, poiché profondamente umani, presupponeva un dialogo aperto e franco a 360 gradi, così come era avvenuto durante l’Assemblea costituente.

 

Qualcuno, semplificando la politica, ancora una volta, con la categoria “amico” o “nemico”, cerca oggi di rappresentarlo unicamente come il fiero avversario di Berlusconi. Non è così. O, meglio, non è solo così. Vero democristiano e autorevole rappresentante della prima Repubblica, fu capace di “abbandonare” i suoi compagni di partito quando dovette decidere tra la salvaguardia delle istituzioni e la solidarietà di squadra: «Le troviamo anche in casa nostra le patologie. E allora bisogna essere spietati. Non c’e’ amnistia».

“Limpido” era uno degli aggettivi che più usava: lo usava per descrivere quale dovesse essere il rapporto tra politico e istituzioni, tra valori e scelte, tra parole e fatti, tra potere e doveri di ogni parte dello Stato. “Fiducia” era un’altra delle sue parole cardine: nutriva fiducia nella storia, quella passata, da cui traeva interessanti lezioni, e quella futura, in cui non sentiva mai estraneo lo sguardo di un Padre. Aveva fiducia anche nelle persone, un’immensa fiducia specialmente nei giovani, a cui affidava di essere «sentinelle della democrazia». Nell’ultima intervista rilasciata il 13 dicembre scorso, ad un gruppo di loro disse: «Dobbiamo essere noi stessi nella democrazia… Non arrendetevi mai, mai. Non esiste». 

 

Per tre volte accompagnai Chiara Lubich nei suoi incontri con lui. I primi due al Quirinale, ai pranzi ufficiali per la delegazione brasiliana di Cardoso e per la delegazione cinese di Jiang Zemin, perché il Presidente desiderava che fossero presenti tutte le ricchezze del Paese, anche quelle culturali e spirituali, non solo quelle istituzionali ed economiche. Pur nell’eleganza sfarzosa di palazzo, furono pasti molto sobri, sotto la sapiente regia di Marianna, amatissima figlia. Venne poi la volta di un profondo incontro privato nella tenuta estiva presidenziale di Castel Porziano: fu splendido assistere al lungo confidenziale colloquio di quei due “vecchi saggi”, che si stimavano molto, così pieni, entrambi, d’amore alla loro patria e così aperti a tutto il mondo. L’ultima volta che venne a cena da noi, a casa Crepaz, volle sapere della successione a Chiara. Dopo un lungo silenzio, rassicurato, disse: «Ora tocca a voi, che l’avete conosciuta e vista agire, essere testimoni della sua vita e del suo messaggio».

Marianna, ha descritto così gli ultimi momenti di suo padre: «Se n’è andato da forte e con coraggio». L’ultima lezione di un vecchio giovane che ci consegna il suo amore per la patria: la “casa” di tutti, a cui nessuno può chiedere senza dare del suo. 

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