Non annacquare il 41 bis

La pericolosità dei detenuti di mafia, camorra e ‘ndrangheta, e la loro capacità di riallacciare rapporti con le cosche criminali, impone di non allentare le misure carcerarie più severe. Allo stesso tempo bisogna affrontare i disagi provocati dalla pandemia per tutti i detenuti

Cosa Nostra è ancora molto potente in Sicilia. Riesce a tessere trame e a stipulare alleanze. Non bisogna abbassare la guardia e depotenziare strumenti come quelle del carcere duro (il cosiddetto 41 bis). Sono alcuni dei passaggi chiave della relazione annuale della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna).

Il report della Dna fa riferimento al periodo compreso dal luglio 2018 a dicembre 2019. I dati che emergono sono pesanti. Le cosche di varie province siciliane (Palermo, Catania, Enna, Trapani e Agrigento su tutte) sono ancora in grado di tessere trame criminali importanti.

Per questo, è assolutamente necessario non attenuare le misure carcerarie severe: il 41 bis deve essere potenziato. No, dunque, alle voci talvolta ricorrenti che vorrebbero un’attenuazione delle misure restrittive: il 41 bis – di legge nella relazione «deve essere potenziato e mai attenuato, atteso che sul fronte della lotta alla mafia si può solo avanzare e non arretrare e che, in tale contesto, il ruolo dell’istituto previsto dall’articolo 41 bis è imprescindibile».

Servono nuovi investimenti per migliorare la situazione delle carceri e far si che esse possano garantire, insieme ad una migliore ospitalità per i detenuti, anche una limitazione forte per i detenuti ritenuti di grande pericolosità sociale e che possono mantenere «la capacità di comunicare in maniera efficace con l’organizzazione criminale nella quale continuano ad avere un ruolo di vertice».

La relazione della Dna è molto severa anche per ciò che riguarda l’applicazione degli articoli 146 e 147 del Codice Penale. Si tratta degli articoli che disciplinano il rinvio obbligatorio di esecuzione della pena (146 C.P.) e il rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena (147 C.P.). Il primo è previsto per le donne incinte, per le madri di bambini fino ad un anno di età, per i malati di Aids, ma anche in riferimento allo stato di salute dei detenuti, che deve essere tutelato, come previsto dagli articoli 27 e 32 della Costituzione. Il rinvio facoltativo è invece previsto laddove sia stata presentata una domanda di grazia, vi sia una grave infermità fisica o per le madri di bambini fino a 3 anni.

Spesso, in virtù di essi (soprattutto con riferimento di motivi di salute), i tribunali di sorveglianza finiscono per concedere la scarcerazione o gli arresti domiciliari a «detenuti di elevatissima pericolosità, alcuni anche sottoposti al regime del 41 bis, cui ha fatto seguito il concreto rischio di una gravissima compromissione dell’ordine e della sicurezza pubblica». Alcuni detenuti che si trovano al 41 bis e in regime di Alta sicurezza (AS3) sono stati scarcerati e non si è ancora riusciti a riportarli nei penitenziari. Costoro hanno subito potuto riallacciare i rapporti con le cosche di mafia, ‘ndrangheta e camorra. C’è il rischio di «una gravissima compromissione dell’ordine e della sicurezza pubblica».

Non sono stati valutati sufficientemente «i provvedimenti di accoglimento adottati nei confronti di condannati per gravissimi delitti di criminalità organizzata» e «le conseguenze devastanti di una detenzione domiciliare nella località di origine, dunque, nel territorio di operatività dell’organizzazione mafiosa di appartenenza vanificando totalmente e irrimediabilmente le esigenze di prevenzione». Questo, nonostante le forti misure di controllo messi in atto dalle forze dell’ordine, è ancora fonte di forte preoccupazione.

C’è forte preoccupazione anche per la capacità della mafia di interagire con le istituzioni, come nel caso dei familiari di esponenti di una cosca che aveva cercato di utilizzare i rapporti di collaborazione con un parlamentare per cercare di avere accesso facilitato al carcere e colloqui riservati senza la vigilanza della Polizia penitenziaria.

Ma nelle carceri bisogna mantenere anche la sicurezza per i detenuti: la pandemia ha aggravato le situazioni di pericolo derivanti dall’eccessivo sovraffollamento degli istituti di pena. Il sistema carcerario italiano «non ha retto all’impatto con la grave pandemia che ha colpito il Paese, né le misure emergenziali adottate per contenere il rischio di contagio epidemiologico tra i detenuti e tra gli addetti alla custodia si sono rivelate adeguate».

Il Covid è un rischio ed una realtà ancora fortemente presente ed ha avuto un forte impatto sulle comunità affollate, come le Rsa. Ma anche le carceri hanno avuto evidenti falle e molti casi di contagi. Con strutture carcerarie adeguate, più atte a garantire il distanziamento e ad evitare il sovraffollamento tutto questo si sarebbe potuto evitare.

 

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