No alla doppietta selvaggia

Si allunga di dieci giorni il calendario venatorio. A rischio soprattutto la fauna migratoria.
Cacciatore
Il rischio di una caccia senza limiti c’è stato, ma alla fine ha prevalso il buon senso. L’emendamento all’articolo 43, cioè la modifica che ha bloccato la deregulation totale, è passato alla Camera con 349 sì, 126 no e 32 astenuti. Il provvedimento limita l’ampliamento del calendario venatorio a soli dieci giorni previo parere favorevole (ma non vincolante) dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). Esso di fatto apre la possibilità di cacciare pure nel mese di febbraio, anche se è stata ribadita l’obbligatorietà di tutelare le specie minacciate e la necessità di recepire le direttive europee che impongono il divieto di caccia da marzo a luglio. Nel testo tale divieto è previsto per ogni singola specie «durante il ritorno al luogo di nidificazione e nelle varie fasi della riproduzione».

 

La scelta rischia di colpire soprattutto la fauna migratoria (uccelli in particolare) che già dal mese di febbraio inizia il viaggio verso i luoghi di arrivo e nidificazione non solo della nostra penisola, ma di tutto il centro e nord Europa. È questa una fauna, composta da anatidi, rallidi, trampolieri, che vanta alcune specie cacciabili e molte altre protette. Il rischio per queste ultime è di finire nel mirino di una doppietta non così pronta a riconoscerle.

 

D’altro canto, le specie che hanno un impatto sulle colture agricole, come i mammiferi ungulati (cinghiale, capriolo) o uccelli come gazze, cornacchie, ghiandaie e storni, fruiscono già di una normativa particolare o di permessi per interventi di controllo sulla popolazione, che esula dai mesi canonici del periodo venatorio.

Attualmente buona parte delle specie di uccelli sia cacciabili che protetti registra un trend di progressiva diminuzione della consistenza delle popolazioni. Ciò è dovuto principalmente a cause quali la frammentazione del territorio, l’impatto dei fenomeni di urbanizzazione, sistemi più innovativi delle attività in agricoltura, la riduzione degli habitat. Accentuare ulteriormente la pressione venatoria in tale contesto appare francamente poco giustificabile.

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