Niente di nuovo nel mondo, nonostante la pandemia

A cominciare dallo scontro crescente tra Usa e Cina, non sono cambiati gli assetti di potere e il modello di sviluppo dominanti a livello planetario. Dobbiamo ancora imparare la lezione del Covid 19
La Presse

In questi mesi di lockdown dovuto al tentativo di contrastare il virus Covid19, si è parlato anche della fine della globalizzazione.  Evento dovuto, secondo alcuni osservatori, alla chiusura delle frontiere e alla conseguente crisi economica.

Vi è chi ha osservato che la globalizzazione così come la conosciamo sinora sarebbe comunque mutata, mentre altri ipotizzavano scenari più autarchici, in cui gli Stati avrebbero cercato di essere più indipendenti in molti settori produttivi. Queste differenti ipotesi trovano fondamento anche nelle tendenze sovraniste/nazionaliste in voga da diversi anni presso numerose forze politiche e relativi governi.

La vicenda della Brexit è esemplare di questa linea, variamente declinata da altri Paesi: dall’Ungheria di Orbán al Brasile di Bolsonaro arrivando agli Stati Uniti di Trump e oltre.

Se lo slogan “America first”, ad esempio, è chiaramente efficace e significativo dal punto di vista della comunicazione (e i suoi risultati in termini elettorali sono stati evidenti), l’ipotesi autarchica nelle sue diverse sfumature è destinata a non poter essere realisticamente praticabile.

Le molteplici risorse del nostro pianeta (petrolio, diamanti, uranio, oro, acqua, carbone ecc.) sono variamente distribuite nei continenti e sono state, e sono, tuttora oggetto di forte attenzione da parte di governi interessati a venderle al miglior offerente o a comprarle al costo minore possibile.

Di qui accordi (alleanze economiche e militari) e contese (armate e non) che non sono in grado di annullare i complessi rapporti internazionali, per di più all’interno di un modello di sviluppo come quello attuale ancora decisamente basato sulle risorse non rinnovabili, sul trasporto privato e sull’estensione delle monocolture, per dirne solo alcune.

Se molti leader di governo nel mondo hanno premuto e stanno premendo per una riapertura, dopo il lockdown, tesa a far ripartire le attività economiche sia presso i Paesi più industrializzati sia presso quelli meno sviluppati, ciò è dovuto alla volontà di riprendere a correre velocemente sui binari tradizionali.

Non sembra che gli allarmi crescenti degli scienziati e dell’opinione pubblica sull’emergenza climatica siano riusciti a sostenere l’impatto devastante della pandemia, che si è imposta prioritariamente sulle agende dei governi. Pertanto le tematiche del New Green Deal sono finite in secondo piano, lasciando spazio, almeno per ora, ad una riproposizione del modello economico che domina il nostro pianeta, con le sue sperequazioni e i suoi danni ambientali, nonché delle politiche conseguenti.

Ne esce malconcia ancora una volta l’Onu, che, attraverso l’Organizzazione mondiale della sanità, si trova in difficoltà sotto le critiche per l’operato quanto meno non adeguato della sua agenzia, fornendo spazio per l’antimultilateralismo presente in diversi governi.

Le critiche di Trump e di Bolsonaro, peraltro, sono utili anche per allontanare eventuali responsabilità dei due leader sul loro iniziale scetticismo circa la pandemia e sulle esitazioni ad intervenire nelle maniere opportune.

L’appello del Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, per una sospensione dei conflitti armati durante questa drammatica crisi sanitaria non sembra aver avuto un grande riscontro, a conferma purtroppo della volontà diffusa di proseguire i rapporti internazionali anche nel solco dell’uso consuetudinario della forza.

Le guerre continuano dallo Yemen alla Libia e altrove, come proseguono i movimenti di profughi e di migranti da situazioni di pericolo e di fame. Di tutto questo, però, la maggior parte dei mass media non hanno dato più adeguate notizie durante la pandemia, oscurandone di fatto la permanente realtà.

Inoltre, la guerra commerciale avviata tra Pechino e Washington, importante per quest’ultimo anche a scopi elettorali, non sembra effettivamente essere spinta al massimo, anche perché potrebbe alla fine rivelarsi come un caso esemplare di quella che durante la “guerra fredda” veniva definita Mad Mutual assured destruction (distruzione reciproca assicurata), allora in riferimento ad un ipotetico scontro nucleare e oggi a quello economico.

Le econome mondiali sono fortemente interconnesse e anche tra le due superpotenze è difficile attivare un divorzio totale senza conseguenze negative per entrambe.

È impossibile immaginare un sistema delle economie occidentali autonomo da quello orientale, a sua volta connesso con quello africano. Basta pensare alla penetrazione economica e finanziaria cinese nei mercati africani, dove Pechino ormai svolge un ruolo di primo piano con il suo progetto politico-commerciale “The Belt and Road Initiative” (Bri), al punto tale che si parla di neo-colonialismo o neo-imperialismo cinese in questa area.

Teo Rinaldi, nel numero di marzo-aprile 2020 di “IRIAD Review” rileva che «Medio-Oriente, Africa, Asia del Sud-Est, Europa e anche l’America Latina sono interessate e saranno coinvolte a differenti gradi nell’ambiziosa iniziativa cinese. Più di 72 Paesi che rappresentano il 60% della popolazione mondiale, il 40% del Pil globale e più di un terzo del commercio internazionale sono o saranno coinvolti».

Se da un lato la pandemia da Covid-19 ha oscurato altre situazioni drammatiche, dall’altro ha, quindi, continuato ad evidenziare il confronto in atto tra Stati Uniti e Cina, che rimane ad oggi la sfida storica del XXI secolo.

Le grandi potenze delle due sponde dell’Oceano Pacifico sembrano intenzionate a contendersi la leadership mondiale, l’una poggiandosi sugli alleati europei, sulla sua forza militare e sugli altri Paesi timorosi del gigante cinese, l’altra ampliando la sua rete di accordi ed alleanze su scala planetaria, nonché rafforzando progressivamente le proprie forze armate, sempre più in grado di proiettarsi ben oltre i confini nazionali.

L’Unione europea e la Russia, in modi assai diversi, rimangono ai margini di questa sfida, mentre il desiderio palingenetico di un modello di sviluppo differente, almeno per ora, rimane tale.

Per approfondire il libro di Maurizio Simoncelli Terra di conquista (ambiente e risorse tra conflitti e alleanze), Città Nuova

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