Nicola D’Onofrio, modello credibile

Studente e religioso camilliano, morto di cancro a soli 21 anni, è stato dichiarato Venerabile da papa Francesco poco prima dell’inizio del Sinodo sui Giovani

Il “pentecostale” Sinodo sui Giovani sta viaggiando per la Chiesa, per il mondo. Parrocchie, diocesi, conferenze episcopali, movimenti laicali, ordini religiosi, missioni e tutte le realtà “regionali” del Popolo di Dio stanno riflettendo sui documenti espressi dalle recenti assise romane, specie il documento finale. Ora si tratta di assorbire e applicare il messaggio del Sinodo, ascoltando (quante volte si è udito questo verbo nell’aula sinodale!) ben più che in passato la voce dei giovani e riconoscendo loro lo spazio, la fiducia e anche l’autorità a cui hanno diritto in tanti contesti ecclesiali. Da papa Woytjla all’ultimo Sinodo – 40 anni! – i giovani hanno fatto molta strada nella Chiesa, che ora li riconosce parte originale e preziosa di sé e vuol lavorare con loro nella vigna del Signore.

Perciò, forse, adesso che la Chiesa guarda ai giovani, e i giovani si concentrano per dare un contributo all’altezza, può esser utile scoprire dei modelli positivi di giovani o ragazzi cui ispirarsi per servire la Chiesa e la società. Secondo noi oggi uno di questi referenti validi è il Servo di Dio Nicola D’Onofrio, uno studente e religioso camilliano morto di cancro nel 1964 a soli 21 anni appena compiuti e dichiarato Venerabile da papa Francesco poco prima dell’inizio del Sinodo sui Giovani. Infatti Nicola è un modello per tutti i giovani e non solo per seminaristi, sacerdoti e religiosi.

Nato in Abruzzo da genitori contadini durante i bombardamenti e gli sfollamenti del ’43 e cresciuto fra i disagi del dopoguerra, faceva chilometri a piedi per andare a scuola e a servir messa, dopo di che sgobbava con il padre nei campi. Bucchianico è lì, la patria di Camillo de Lellis, il santo dei malati e degli ospedali, e per Nicola il modello fu presto lui: diventare sacerdote e religioso camilliano, per servire i sofferenti nel corpo e nello spirito.

Una scelta drammaticamente attuale, come si vede, da un lato per la malasanità e le disfunzioni che affliggono la nostra società, dall’altro per le ben più terribili tragedie anche sanitarie che sconvolgono il sud del mondo, fra esodi, naufragi, guerre e altre violenze, incluse le persecuzioni religiose e i martiri di cristiani. E in effetti Nicola, una volta camilliano, avrebbe voluto anche partire missionario.

Strappò, ma con la pazienza e il dialogo costruttivo, al padre, che si vedeva privato di due braccia preziose, il consenso di andare a Roma ed entrò nel 1955 nel Seminario Camilliano, a Monte Mario. Qui fece tutti i suoi studi, approdando alla facoltà di filosofia dell’Università Gregoriana in preparazione al sacerdozio. Intanto fu Novizio, vestì l’inconfondibile abito camilliano con la croce rossa sul petto ed emise i primi voti semplici, che per l’Ordine fondato da De Lellis includono, oltre ai soliti tre, un quarto voto di assistenza ai malati anche contagiosi, a rischio della vita.

In questi 6 anni, dal ‘55 al ’61, superiori, compagni, insegnanti e chiunque lo accostasse, com’è attestato nella Positio seguìta al processo canonico, scoprivano ogni giorno tutte le sue straordinarie doti morali, spirituali, umane e di carattere. Sempre dolce, umile, affabile, disponibile e soprattutto sorridente (il suo famoso sorriso a 100 Watt!), su Nicolino, come tutti lo chiamavano, si poteva contare: per un aiuto, un consiglio, una parola di comprensione, di conforto.

Viveva un’esistenza normalissima, faceva tutto il suo dovere, quanto meglio poteva, non solo studiando sodo ma curando la manutenzione della grande casa religiosa, svolgendo i servizi più umili e – qui era insuperabile, come ha dichiarato il medico dell’Ordine – facendo l’aiuto infermiere col massimo di amore, zelo e professionalità. «Come sarà bello un giorno – ripeteva, sognando la vita da sacerdote camilliano –, tornare dai fratelli stanco morto dopo aver servito tutto il giorno i malati!».

Ma Qualcuno aveva altri progetti. Colpito da un cancro ai genitali seguìto da metastasi ai polmoni, dopo un anno e mezzo di insuccessi terapeutici e chirurgici e di inesorabile deperimento, D’Onofrio morì in una stanzetta dell’infermeria del seminario il 12 giugno del 1964. Le sue ultime ore furono atroci, con dolori in tutto il corpo, i polmoni saturi di male e l’asfissia progressiva. Mentre Nicolino aderiva in pace alla volontà di Dio offrendogli il suo ultimo sacrificio (non sarebbe stato mai sacerdote!), come aveva fatto davanti a tutti i problemi e le contrarietà della vita.

Modello per tutti i giovani, abbiamo detto, Nicola D’Onofrio. Seminaristi, aspiranti, novizi e tutti i ragazzi che “studiano da prete” (per dirla col popolo) hanno in questo chierico ormai noto in tutti i continenti il loro modello più recente, moderno, attuale, e validissimo in quella sua miscela di pietas e carità, devozione e virtù umano-cristiane.

A tutti i giovani del mondo, invece, Nicola addita credibilmente la strada della verità e dei valori che lui per primo ha incarnato giorno dopo giorno fino all’ultima fibra del suo essere: positività e ottimismo, amore per gli altri e per la vita, entusiasmo nello studio, nel lavoro, nel processo della conoscenza, nei rapporti con gli altri; e poi la serietà a prova di bomba (quanto bisogno ne abbiamo noi italiani!), la coerenza, la misericordia, il coraggio, la perseveranza… E potremmo continuare, come le quasi 1000 pagine della Positio testimoniano, con tanto di dati e documenti.

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