Nicaragua: il governo mette alle strette Chiesa e società civile

Dopo aver messo in carcere gli avversari nelle ultime elezioni, il presidente Daniel Ortega continua la sua rotta di collisione con la democrazia.
(AP Photo/Arnulfo Franco, File)

Non è facile prevedere le mosse del presidente nicaraguense Daniel Ortega. E nemmeno era facile anni fa predire che questo rivoluzionario sandinista si sarebbe trasformato in una versione 2.0 del capostipite di una nuova dinastia disposta a fare del Paese una proprietà privata. Come i Somoza, contro la cui dittatura insorse anni fa il Frente Sandinista de Liberación Nacional, oggi abbandonato anche da alcuni dei suoi iniziatori, trasformati rapidamente in traditori, di cui è leader indiscusso il suo presidente.

Lo scorso gennaio, Ortega ha iniziato una nuova fase presidenziale. Con tutte le leve del potere tra le mani da 15 anni, per assicurarsi la vittoria elettorale, il suo governo ha messo in carcere i candidati avversari. A nulla sono valse le proteste dei pochi oppositori, delle organizzazioni della società civile locale ed internazionale, come la Società interamericana della stampa (Sip), che denuncia la sistematica pressione sui media, e della Chiesa cattolica. Anzi, dopo un breve idillio anni or sono, ormai per il presidente la Chiesa è un nemico da sconfiggere.

Daniel Ortega Fonte: LaPresse

Nonostante i tentativi di mediazione politica operati da alcuni ecclesiastici, dal 2018 i rapporti con la Chiesa si sono progressivamente deteriorati. In quell’anno la protesta sociale scoppiò a partire da una serie di riforme economiche che suscitarono il pubblico rifiuto. Le manifestazioni degenerarono in scontri con le forze dell’ordine, ma anche con centinaia di civili fedeli al sandinismo che operavano impunemente a fianco della polizia. Il saldo finale è stato di circa 350 morti, innumerevoli feriti e molti arrestati, spesso detenuti senza nessuna garanzia legale. Durante quelle giornate colme di tensione, in varie occasioni i sacerdoti hanno permesso ai manifestanti di rifugiarsi nelle chiese, in alcuni casi assediate da poliziotti e civili sandinisti.

Ma ancor prima, nel 2008/2009, Ortega aveva rotto i ponti anche con gli imprenditori, dai quali aveva inizialmente cercato di ottenere un appoggio, grazie a fondi provenienti dal Venezuela, alleato ideologico del governo. La crisi economica di Caracas, più tardi, non ha consentito al governo venezuelano di continuare a finanziare Managua, da cui è derivato il voltafaccia di Ortega. Nello stesso periodo, nel 2008/2009, Ortega aveva cercato di ottenere la simpatia della Chiesa cattolica, in un do ut des che aveva in realtà come scopo il silenzio della gerarchia di fronte ad una politica sempre più autoritaria e sempre meno democratica. La protesta sociale, l’appoggio aperto della Chiesa alla richiesta, ritenuta legittima, della società civile di maggiori libertà, ha irritato il governo, che prima ha dato ad intendere di essere disposto al dialogo, per poi abbandonare ogni apertura, dopo aver preso tempo.

Sono numerose le istituzioni cattoliche colpite da misure volte ad impedirne l’attività. Dalle università alla Caritas, a opere sociali. Nelle ultime settimane la stretta si è trasformata nell’accusa di aver partecipato ad un tentativo di colpo di stato (le proteste del 2018). Accuse sostenute dal parlamento, la Asamblea Nacional, che raccomanda di mettere sotto processo i sacerdoti che appoggiarono i manifestanti e, manco a dirlo, di procedere al sequestro dei beni ecclesiastici. Nelle maglie di questa sorta di “giustizia” è già finito l’ex sacerdote quasi 80enne Edgar Parrales, sandinista della prima ora ed ex ambasciatore del Nicaragua presso l’Organizzazione degli Stati Americani. Parrales – che si proclama innocente e nel processo ha testimoniato che della crisi nazionale è responsabile Ortega – è stato condannato a 8 anni di carcere per cospirazione contro l’integrità nazionale e diffusione di notizie false. Il suo è uno dei circa 40 casi di prigionieri politici troppo scomodi per essere lasciati liberi.

Fonte: LaPresse

Nel frattempo, anche altre espressioni della società civile, circa una cinquantina di istituzioni, sono state vietate, con la scusa di non aver rendicontato la loro attività e di essere “agenti stranieri”. Tra queste anche ong che difendono i diritti di LGBTI.

Non è facile prevedere come potrà evolvere questa situazione. Di certo si è in presenza di una involuzione antidemocratica, favorita dall’assenza di opposizione e dall’aver messo un bavaglio ai media ed alla società civile. Le proteste del 2018 videro il protagonismo dei giovani, soprattutto universitari.

Lo scenario internazionale, d’altro canto, appare oggi concentrato su altri temi: la guerra in Europa e lo scontro tra Stati Uniti e Russia (Cina), l’inflazione che dilaga a tamburo battente ovunque, la pandemia che non concede soste, il clima che annuncia la presentazione di “fatture” sempre più care a una società che su questo tema continua a fare orecchie da mercante.

Paradossalmente, sono tutti temi profondamente legati con la qualità democratica, come la crisi nicaraguense. Ma sembrano pochi quelli che vogliono rilevare questa connessione.

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