New World Simphony

Roma, Accademia Nazionale Santa Cecilia. Parco della Musica. Michael Tilson Thomas, nato a Los Angeles, è direttore e didatta di fama. Nel 1988 ha fondato un’orchestra internazionale di un’ottantina di giovani musicisti: un triennio di insegnamento e pratica orchestrale e poi, oltre il novanta per cento, trovano posto in altre istituzioni musicali. In due concerti, l’11 e il 12 febbraio scorso, il complesso si è esibito con un programma che spaziava da Mahler a Berg, da Stravinskij a Ravel. Senza dimenticare l’amatissimo Bernstein (A Quiet Place) e il contemporaneo Steve Reich (Three Movements). Certo Thomas è travolgente, implacabile si direbbe nella scansione dei tempi, con un accentuato senso ritmico che l’orchestra segue con assoluta spontaneità. Questi giovani vengono da una tradizione e da una formazione musicale che salda l’ottimo livello tecnico ad una elasticità mentale assai vibratile. Lo si nota nella suite dello stravinskijano Uccello di fuoco, talmente vorticoso che ci si aspetterebbe di vedere questi ragazzi balzare su dalle sedie da un momento all’altro tanto sono scatenati; o nelle flessuosità raveliane, dal moto ondoso disincarnato, o nei languori di Bernstein. Il suono è bello, vario, in ogni sezione, e l’entusiasmo alle stelle. Certo il concerto avrebbe meritato una sala strapiena, perchè Thomas e i suoi giovani sono un’unità molto forte, quasi inscindibile, accomunati dal medesimo entusiasmo: che sarebbe opportuno trasmettere ad un certo sussiegoso mondo musicale (anche giovane) nostrano. ANDRÀS SCHIFF Trasparenza totale. Candore unito a intelligenza, poesia associata ad una tecnica così strepitosa che appare spontanea, normale. Invece, c’è dietro – o sotto – uno sforzo, una disciplina, spirituale e fisica, eccezionale. Ma Schiff, che si riscalda poco a poco sino al finale, quando, subissato dalle ovazioni quasi non finirebbe di concedere bis, sa tutto trasformare nella grazia della musica. Iniziando l’Integrale delle Sonate di Beethoven per pianoforte, presenta le prime quattro. Un Ludwig dall’umore variabile per cui Schiff si alterna su due diversi strumenti, uno Steinway e un Bosendörfer. Così al Beethoven drammatico della Prima, segue il lirico della Seconda, il brillante, umoristico della Terza al misterioso della Quarta. Quello che Schiff rivela inoltre è il senso orchestrale fin da subito innato in Beethoven anche nei lavori per il solo piano: un corpo, un insieme, un universo, insomma, tout court. Ma forse il culmine interpretativo del pianista ungherese sta nell’amore per la pausa: lunga, infinita, musica che continua a parlare a chi ascolta. È il mistero dell’io, così beethoveniano, che Schiff raccoglie. Ai giovani presenti, e al loro animo sensibile, esso arriva con trasparenza immediata, quasi rivelando loro a sè stessi. A distanza di secoli l’unità fra interprete e autore compie il miracolo della grande arte.

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