Neve, sci e non solo

Lorenzo Alesi, “ski freerider” di Ascoli Piceno, racconta la sua terra segnata dal terremoto

Un solo comandamento prima di raggiungere la libertà: «Nulla è insciabile». Neve, sabbia, erba, cenere vulcanica. Confini zero. Lorenzo Alesi nasce ad Ascoli il 24 novembre 1974. A casa si respira aria di montagna: i genitori sono maestri di sci e assidui alpinisti. Il passaggio di consegne è naturale, non scontato. Il primo paio di sci a tre anni, a Natale, grazie all’intercessione del padre, e una carriera che prende il volo.

A soli 8 anni Lorenzo si trasferisce a Solda, in Alto Adige, alle pendici dell’Ortles, per imparare dai grandi maestri l’arte dello sci alpino. Europa, Stati Uniti e Nazionale italiana. Sembra tutto già scritto. A 17 anni un infortunio al ginocchio mette i bastoni fra le ruote. La carriera si chiude troppo presto.

Lorenzo passa due stagioni lontano dalla sua neve, si rialza e conquista altri titoli: laurea, titolo professionale di maestro di sci alpino, allenatore federale con specializzazione in freerider, freestyle, le discipline più creative e imprevedibili del circo bianco. Talento e stima dell’ambiente completano il quadro: Alesi viene eletto presidente del Collegio maestri di sci della Regione Marche, realtà che ad oggi vanta 120 iscritti. La notte alle porte, il telefono squilla ancora dopo una serie di tentativi. Lorenzo risponde, si scusa e in pochi attimi si capisce tutto: è accampato a Castelluccio, frazione di Norcia, monti Sibillini, nel pieno della zona rossa che delinea il dramma di un sisma che continua a tormentare il Centro Italia.

«Il paese è deserto – racconta Lorenzo –; non c’è nessuno. Sono partito stamattina da Arquata del Tronto. 12 ore con gli sci ai piedi. Assieme a me ci sono un fotografo e un video reporter. Sento il dovere di raccontare le ferite di questa terra affinché torni la vita. Queste montagne, questi luoghi per me non sono solo un grande “parco giochi”. I miei progetti, i viaggi, le avventure con gli sci in giro per il mondo sono in secondo piano per il momento. In queste zone manca tutto, pensi a una struttura e sai già che non esiste più: scuola, benzinaio, panificio, stazioni sciistiche che sono una risorsa fondamentale per il turismo. Manca ciò che serve alla socialità di base. La gente è distribuita sul territorio, verso la costa, mantenere le relazioni non è facile. Raccontare serve a non dimenticare prima di tutto e allo stesso tempo è un invito a far presto. Cinque maestri di sci del mio Collegio hanno perso la casa e altri miei amici vivono in condizioni precarie. Non so quando tornerò a casa. Forse fra due, tre giorni, ad ogni modo il tempo necessario per raccogliere il materiale utile a raccontare ciò che viviamo qui. L’idea è quella di creare un circuito di raccolta fondi da destinare direttamente agli enti locali».

Terremoto e neve, eventi straordinari, impossibili da controllare. Una ribellione fisica totale e prepotente che pone di fronte a un unico grande “perché?”. «Non mi sento tradito dai miei luoghi, dalle mie montagne – precisa Lorenzo –; stiamo parlando di eventi quasi del tutto imprevedibili. La neve è caduta su ciò che resta dei mattoni e questo non ha fatto altro che complicare le cose. La neve però si sposta con la buona volontà. Rimboccandosi le maniche si può ripartire! Io continuo a seguire i ragazzini che vogliono continuare a mettere gli sci ai piedi. Ci spostiamo nei comprensori limitrofi tra Lazio e Abruzzo. Abbiamo il sostegno dei Collegi dei maestri di sci di tutta Italia. Io metto a disposizione la mia visibilità. Prima o poi partirò per un altro viaggio, ma poi presto o tardi tornerò sempre a casa, tra le mie montagne…».

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