Nello straordinario e nella routine

Metà degli anni Ottanta. A Chiaiano, cittadina dell’entroterra napoletano ormai inglobata nel capoluogo partenopeo, Massimo Migliaccio, allora diciassettenne, partecipa con altri giovani della sua parrocchia ad una raccolta di stracci e indumenti: l’iniziativa, di cui si sono fatti promotori certi padri venuti da Napoli – sono oblati di Maria Immacolata -, servirà a finanziare un pozzo in una località africana. In quella circostanza – racconta Massimo, che oggi ha 39 anni, di professione fa il geometra ed è sposato con Elvira – rimasi colpito dal rapporto esistente tra alcuni di quei religiosi. Oggi capisco cos’era stato ad attirarmi: vivevano la spiritualità dell’unità e Gesù, per l’amore reciproco, era presente tra loro. Una volta concluso quel campo di lavoro, fui assiduo agli incontri che uno di quegli oblati, padre Antonio, teneva periodicamente per i ragazzi interessati a fare un certo percorso spirituale. Ne ricavai la spinta per lanciarmi a vivere anch’io ciò che subito mi era apparso più importante, amare; in seguito ebbi modo di approfondire anche la realtà dei Focolari. Sperimentai così la grazia che è Gesù tra più persone unite nel suo nome, e uno degli effetti di questa presenza fu che al primitivo gruppetto si aggiunsero altri… fino a sentirci legati in comunità. Ben presto nulla ha più senso per Massimo se non all’interno di questa esperienza. Sia per lui che per Elvira, già fidanzati da tempo, la famiglia che sognano di formare non potrà avere altre basi se non quell’amore incondizionato che attinge alla realtà di Dio fra due o più. Alcuni mesi dopo il matrimonio – prosegue lui -, avemmo la gioia di sapere che Elvira aspettava un bambino. Gioia però a cui ben presto seguirono giorni di angoscia: mia moglie infatti dovette sottoporsi ad un intervento chirurgico d’urgenza. In quella occasione ci venne annunciato che sicuramente avremmo perso il bimbo; già era stato un miracolo aver potuto salvare la madre. Ma avevamo troppa fiducia nell’amore di Dio, e nonostante tutto la gravidanza andò avanti senza che la nostra attesa fosse meno gioiosa. Finché una ecografia strutturale rivelò che nostro figlio sarebbe nato idrocefalo: quella nuova prova che avrebbe potuto schiantarci risultò invece uno stimolo a rinnovare il nostro sì a Dio, pur non capendo quali potessero essere i suoi disegni, e ad accrescere l’amore l’uno per l’altra. Avvertivamo come non mai Gesù presente tra noi: era lui a infonderci pace e fermezza davanti alle pressioni di chi ci consigliava l’aborto: Siete giovani, avrete tante altre possibilità… – ci sentivamo dire infatti -: perché mettere a repentaglio così la vostra pace familiare?. Al tempo stesso eravamo rafforzati nelle nostre convinzioni dal tangibile sostegno degli amici della comunità con i quali condividevamo tutto. Quando parla di comunità Massimo si riferisce non solo a quella di Chiaiano, nella quale si è formato, ma anche ad altre simili in Campania, collegate tra loro ed animate anch’esse dagli oblati, con i quali egli è in collaborazione ormai ventennale. In quello stesso periodo critico, gli venne richiesto un contributo per organizzare un convegno sulla pastorale giovanile, a Roma: si trattava di assentarsi da casa a più riprese tre giorni alla settimana. Per me e mia moglie fu come un salto nel buio: proprio allora che sembrava più logico e necessario raccoglierci tra noi… Ma era Dio – così ci sembrava – a chiederci di essere generosi, spostando ogni preoccupazione riguardante il nascituro per quest’altra priorità. Nelle mie trasferte in treno mi capitò di conoscere un religioso, padre Francesco, al quale comunicai quanto stavamo vivendo in famiglia. Da quella condivisione ci sentimmo spinti a chiedere a Dio la grazia della guarigione del bimbo nel grembo della mamma. Nella fedeltà all’Eucarestia giornaliera, Elvira ed io aspettammo con animo più sereno il momento del parto. Ormai erano passati quattro mesi, anche piuttosto duri sotto il profilo psicologico, quando il medico venuto con i risultati degli ultimi esami ci annunciò, raggiante, che inspiegabilmente i valori erano tutti rientrati. Per noi non c’era alcun dubbio: si trattava di un miracolo vero e proprio!. Per i coniugi Migliaccio la nascita di Emanuele, che ora ha nove anni ed è perfettamente sano, ha rappresentato un’esperienza fuori dall’ordinario. Ma è la routine quotidiana, evidentemente, a costituire il banco di prova sul quale si affina ed alimenta l’amore che li fa famiglia. Come quando, al rientro dal lavoro, rinunciando al relax di un film o di un programma sportivo in tv, Massimo si dedica ad aiutare per le faccende di casa e con i bambini, a farsi raccontare da Elvira i pesi e le preoccupazioni della giornata, e comunicarle a sua volta i propri. È allora che avvertiamo più forte quella presenza tra noi, capace di illuminarci sulle scelte da fare nell’educazione dei figli o nel modo di rapportarci con gli altri e con le nostre famiglie d’origine. Anche per me – interviene Elvira – l’intesa con Massimo è una continua conquista; talvolta le giornate per me sono piuttosto faticose, dovendomi dividere fra tre figli (dopo Emanuele sono arrivati Alessia e Daniele) e il mio lavoro (insegno lingue in una scuola elementare). Inoltre da quando ci siamo trasferiti a Varcaturo, una località residenziale lontana dalle le nostre rispettive famiglie, non possiamo aspettarci un grande aiuto da parte dei parenti. Per cui la sera la collaborazione di Massimo mi è necessaria, e se ritarda ogni minuto che passa mi carica negativamente, col rischio di pregiudicare l’armonia tra noi. Quando però metto da parte le mie buone ragioni e mi ricordo della promessa di dare la vita l’uno per l’altra, riesco ad accoglierlo senza fargli pesare niente né chiedergli spiegazioni. Tante volte basta questo perché il nervosismo sfumi e per volare in una dimensione più alta fatta di libertà d’anima e di serenità. Questo amore sempre rinnovato non si ferma – è evidente – al solo ambito familiare. Al nostro arrivo tre anni or sono – riprende Elvira – non conoscevamo nessuno e abbiamo vissuto una fase di spaesamento, comune del resto a tante altre giovani coppie che hanno messo su casa qui a Varcaturo. È una zona in grande espansione edilizia, dove il disagio più forte è una certa mancanza di identità e di centri di aggregazione, a parte la parrocchia, la scuola, i luoghi dello sport… Oggi però la nostra casa è molto frequentata, abbiamo stretto rapporti con diverse famiglie alle quali cerchiamo di testimoniare con semplicità ciò che abbiamo scoperto. Come esempio, ricorda una sera in cui insieme a Massimo aveva avuto la possibilità di andare ad un concerto, approfittando della sorella che avrebbe badato ai bambini. L’invito mi era giunto da una mia vicina di casa e collega. L’ho ringraziata, rispondendole però che Massimo ed io quella sera preferivamo trascorrerla tra noi. Come, ancora dopo dieci anni di matrimonio?, si è sorpresa lei. E il giorno dopo mi ha cercata a scuola per riprendere il discorso e confidarmi che la mia risposta l’aveva fatta pensare. Ho potuto così comunicarle qualcosa della nostra scelta di vita. E lo stesso cerco di fare ogni volta che qualcuno mi chiede il perché appaio sempre serena.

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