Nella Transilvania di Jules Verne

Anche quando tratta il genere “gotico”, come nel “Castello dei Carpazi”, il prolifico scrittore francese non rinuncia all’elemento fantascientifico
Carpazi Transilvania
Illustrazione di Leon Bernett dall'edizione del romanzo del 1892

Nella celebre collana dei Voyages éxtraordinaires, che raccoglie tutti i romanzi di Jules Verne pubblicati dall’editore Hetzel, accanto a titoli di pura avventura rivolti a un pubblico giovanile se ne trovano altri di diverso argomento. Prendiamo ad esempio Il castello dei Carpazi, romanzo del 1892 che ha anticipato di 5 anni la pubblicazione di Dracula: come il capolavoro di Bram Stoker, ambientato anch’esso nella Transilvania rumena, rientra nel genere cosiddetto “gotico”. Un gotico però particolare. Non che manchino gli elementi soprannaturali e la suspense, ma quest’ultima è continuamente frenata dall’ironia con la quale lo scrittore di Nantes descrive gli abitanti di un tranquillo borgo isolato, messi in subbuglio dagli inspiegabili fenomeni in corso in un antico maniero in rovina che si crede infestato da demoniache presenze.

Già con Il dottor Ox, racconto lungo del 1972, Verne aveva messo bonariamente in berlina i troppo flemmatici abitanti di un villaggio belga, che uno scienziato pazzoide si propone di scuotere e rivitalizzare immettendo massicce quantità d’ossigeno nell’atmosfera di Quiquendone. Stavolta, ad essere presi di mira sono i creduloni borghigiani di Werst.

Fin dall’inizio lo scrittore mette in guardia i lettori: nonostante il secolo «pratico e positivo» in cui si svolge il racconto – il finire del XIX – «dobbiamo tuttavia osservare che la regione transilvanica è ancora molto attaccata alle superstizioni delle prime età». E in quanto fautore della scienza e del progresso, non tarda a dare una spiegazione razionale ai presunti fenomeni soprannaturali: puri “effetti speciali” provocati dal sinistro barone Rodolphe de Gortz, che rientrato in incognito nel suo possedimento, intende mantenere alla larga i curiosi, avvalendosi degli strumenti tecnologici inventati da Orfanik, tipica figura di scienziato geniale ma incompreso.

Tutto si complica con l’arrivo del giovane conte Franz de Télek, deciso a svelare i misteri del castello dacché ha scoperto che ad esserne proprietario è il responsabile della morte di Stilla, celebre cantante lirica sua promessa sposa. Raggiunto nottetempo il colle di Vulkan dove sorge il maniero, Franz rimane sconvolto dall’apparizione sugli spalti di Stilla, ma nel tentativo di liberare colei che ora crede viva e prigioniera del barone, cade nella trappola tesagli dal suo avversario.

Fin qui Verne ha descritto così minuziosamente luoghi, usi e credenze locali da darci l’impressione di esserci stato di persona, ciò che non risulta dalla sua biografia (sappiamo però che lo scrittore si documentava al limite della pignoleria). Di conseguenza, il ritmo narrativo ne è stato rallentato, stuzzicando però le aspettative del lettore.

Da qui in poi la storia si fa decisamente emozionante. Una volta evaso dalla segreta in cui era finito e dopo un percorso labirintico, Franz (novello Teseo) scopre che l’intravista Stilla non era altro che una immagine fittizia creata dai marchingegni futuristici di Orfanik per il diletto del barone de Gortz, un melomane maniaco. Il quale, dopo la distruzione della sua collezione di registrazioni musicali, alla cattura preferisce la morte facendo esplodere il castello. Quanto al giovane conte, occorreranno mesi di cure e di riposo per rimettersi dall’esaurimento causato dalla sconvolgente esperienza vissuta.

Vedi caso, è pure un’esplosione a decretare la fine dello stravagante esperimento del dott. Ox, riportando tutto alla normalità.  Altro elemento ad accomunare le due narrazioni è la passione di Verne per l’opera lirica. Se nel Castello dei Carpazi il personaggio attorno a cui ruota la vicenda è una cantante lirica, nel Dottor Ox uno spassosissimo brano è dedicato al debutto, nel teatro comunale di Quiquendone, de Gli Ugonotti di Meyerbeer: amabile presa in giro di un’opera lunghissima (5 atti) ridotta a 18 minuti per effetto accelerante del surplus d’ossigeno respirato dalle ignare cavie rappresentate da pubblico, cantanti e orchestrali.

Da dove ha preso Verne lo spunto per il suo racconto transilvanico, ora ripubblicato da Independently Published? Lo suggerisce già il titolo: dal romanzo Il castello di Otranto (1764), best seller di Horace Walpole (1717-1797), considerato uno dei precursori del “gotico”, che s’ispirò alle stampe con scenari architettonici intricati e inquietanti del Piranesi (le Carceri). Tipici di questo genere letterario fantastico sono: un antico manoscritto, un castello che fa da sinistro sfondo alla vicenda, un misterioso delitto (di solito connesso con un amore illecito perpetrato da un ecclesiastico), un malvagio che si è venduto al demonio (per lo più italiano o spagnolo), fantasmi, streghe e maghi, una natura che crea effetti di terrore e stupore, ritratti animati, statue che sanguinano…  abbastanza per dar vita anche a parodie come L’abbazia di Northanger di Jane Austen.

Di tutto questo repertorio Verne ha assunto soltanto il castello-labirinto. Quanto al “malvagio” di turno, il barone de Gortz è solo una vittima della propria ossessione, mentre i fenomeni terrificanti e le apparizioni di Stilla sono “trucchi” di Orfanik. La novità? Aver innestato sul filone gotico la sua predilezione per le invenzioni scientifiche, qui esemplificate dai congegni avveniristici per la registrazione di suoni e immagini e dai microfoni per lo spionaggio. Il tragico finale fa però riflettere sull’evoluzione del pensiero dello scrittore: non aveva forse definito, all’inizio del romanzo, le conquiste della scienza come «la speranza dell’avvenire»?

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