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Persona e famiglia > Sport

Nel segno di Zeman

di Aurelio Molè

- Fonte: Città Nuova

Il boemo è il nuovo allenatore della Roma. Serietà, gioco spumeggiante e relazioni autentiche. Oggi, a Trigoria, riparte la preparazione per il nuovo campionato

Zeman alla prima conferenza stampa da allenatore della Roma

Il segno di Zorro, da piccoli, era ben chiaro e identificabile. Una zeta maiuscola a stampatello che stupiva e accendeva la fantasia. Il segno di Zeman è altrettanto riconoscibile. Le caratteristiche sono un mix di serietà, genialità, organizzazione e rischio che ha contraddistinto tutte le sue squadre. Altro segno, questa volta matematico, di fatto un brand, è lo schema di gioco, il 4-3-3. Per i profani 4 difensori, 3 centrocampisti, 3 attaccanti. È il paradigma filosofico di un gioco votato all’attacco. Sempre meglio fare un gol in più anche se se ne subiscono molti. Nell’ultima stagione alla guida del Pescara ha vinto il Campionato di serie B segnando 90 gol in 42 partite.
Altre caratteristiche del nuovo allenatore sono allenamenti durissimi adatti a preparare il suo tipo di gioco basato sulla velocità e la resistenza fisica.

Dal primo luglio Zeman sarà ufficialmente il nuovo allenatore della Roma. Un risultato è già garantito per contratto: l’assenza di noia. Dentro e fuori il campo di gioco. Un episodio privato rivela molto del carattere del nuovo allenatore della Roma. L’anno scorso perde la mamma a Praga, la sua città di origine. Nulla è trapelato, né un’emozione, né un commento. Un grande dolore vissuto in silenzio, con grande compostezza e solitudine, anche se è stato accompagnato al funerale da un bel gruppo di persone della sua società calcistica. Una scomparsa vissuta meditandola nel suo cuore, nella sua fede convinta di cristiano praticante nella Chiesa ortodossa.

Scrutando la sua storia personale, si distingue in modo chiaro che sotto l’apparente corazza di duro, c’è un uomo autentico che sa relazionarsi con i tifosi, i calciatori, il mondo del calcio. È schietto, forse troppo, dice quello che pensa su questioni spinose come il doping nel calcio, gli errori degli arbitri, le combine. Insomma, un uomo vero, che sa vincere e sa perdere. Sa lasciare una squadra se è deluso dai risultati. Sa valorizzare i giocatori, spesso talenti sconosciuti o atleti da rivitalizzare. Un uomo capace di condurre battaglie come Don Chisciotte contro i mulini a vento solo perché sono battaglie giuste. Pagandone sempre le conseguenze di persona.

Arriva in Italia nel 1968 con la sorella Jarmila per seguire le orme dello zio Cestmir, allenatore in Sicilia. Il destino incrociato con la storia – cioè, l’invasione sovietica a Praga – lo costringe a restare in Sicilia. Si diploma all’Isef di Palermo con il massimo dei voti con una tesi sulla medicina dello sport. La passione di famiglia: il padre era, infatti, primario ospedaliero a Praga e la sorella è tuttora un medico. In Sicilia Zeman non trova solo la sua professione ma anche l’amore di una vita. Si innamora di Chiara Perricone, riservata come lui, che gli darà due figli: Karel e Andrea.

«Sa stabilire – racconta Maria Teresa Vaccaro, la pediatra dei suoi bambini a Foggia – un rapporto come tra padre e figli con i calciatori. Un polso di ferro con guanti di velluto. La squadra è sotto regime, non si deve sgarrare, ma spesso vanno a mangiare insieme, perché il valore più grande è tenere unito lo spogliatoio. “Se vi capite nella vita – ripete ai calciatori –, vi capirete anche nel calcio».

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