Nel paese più devastato

Proprio nell’isola di Sumatra, dove più grande è stata la devastazione e più alto il numero delle vittime, maggiori sono le difficoltà che si presentano ai soccorritori. A Medan, capitale dell’isola, ci sono alcuni centri di smistamento dove vengono raccolti beni di prima necessità. Le persone invece sono tutte rimaste nei campi per rifugiati creati lungo la costa (ai primi di gennaio erano 500 mila). Negli ospedali, dove collaborano i volontari, per mancanza di personale infermieristico, non tutto è semplice: è successo infatti che alcuni pazienti musulmani avendo saputo che questi volontari sono cristiani, hanno rifiutato il loro aiuto. Un aspetto non trascurabile è il fatto che la regione di Aceh, la più colpita dallo tsunami, è il luogo dove per primo è arrivato l’Islam in Indonesia nel XII secolo per poi espandersi in tutto il paese. I suoi abitanti si ritengono il popolo eletto. Aceh infatti è chiamata la veranda della Mecca. E proprio qui la presenza degli stranieri non è facilmente tollerata. A questo va aggiunta la presenza di un conflitto armato tra le forze militari e il Gam (Movimento per Aceh libera) formato da guerriglieri locali che lottano per l’indipendenza della regione, molto ricca di risorse naturali. Anche le adozioni dei bambini in Indonesia non rientrano nella mentalità delle persone. Il concetto di famiglia qui è molto allargato, per cui è sempre possibile che un parente si prenda cura di quelli che non hanno più genitori. In ogni caso non è facile adottare, anche perché il bambino verrà affidato comunque solo ad una famiglia musulmana. Tuttavia l’impegno internazionale e la generosità della gente hanno finora superato queste difficoltà, mettendo le basi di una reciproca comprensione quale non si era mai vista. ASIA DEL SUD L’onda continua Lo abbiamo detto e lo abbiamo visto: mai come questa volta la solidarietà è stata davvero internazionale e capillare allo stesso tempo. Dalle grandi organizzazioni, agli uomini dello sport e dello spettacolo, ai singoli cittadini, ai bambini… Pur tra mille difficoltà e senza ignorare la possibilità, in qualche caso, di interessi secondari, abbiamo assistito ad iniziative significative: la Rai e Mediaset d’accordo con i gestori telefonici nel promuovere la raccolta fondi; paesi storicamente ostili fra di loro lavorare fianco a fianco nei soccorsi; organizzazioni ecumeniche ed interreligiose progettare insieme gli aiuti. Sebbene non manchino segnali preoccupanti da parte di certi fondamentalisti islamici, proprio a Sumatra è stato promosso da cristiani e musulmani un gruppo di lavoro col compito di coordinare l’assistenza agli sfollati provenienti da Aceh. Di rilievo, poi, la decisione presa dal Club di Parigi (un organo informale creato nel 1956 che raggruppa oggi i governi dei 19 principali paesi creditori del mondo), di congelare il debito dei paesi vittime dello tsunami. Solo tre di questi hanno accettato l’offerta: l’Indonesia che ha un debito di 3 miliardi di dollari, lo Sri Lanka il cui debito ammonta a 28 milioni di dollari, e le Seychelles con 5 milioni di dollari, da pagare. Altri l’hanno rifiutata per non perdere il proprio credito sui mercati internazionali. C’è anche da tenere presente che in questi paesi, probabilmente, l’onda assassina non ha messo completamente in ginocchio l’economia, come invece è successo da altre parti. Insomma, anche gestire gli aiuti è un impegno grosso che richiede una reale cooperazione planetaria e che può gettare le basi di progetti a lungo termine. Senza dimenticare che non è solo il sud dell’Asia ad interpellare la comunità internazionale.

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