Nel Paese degli alti valichi

Viaggio in Ladakh, un lembo di Tibet preservato in India. Un'immersione nella bellezza, nell'essenza della vita e dei bisogni veri dell'uomo.
Articolo

Tre anni fa attraversai con cinque amici la parte centro-sud del Tibet, pedalando da Lhasa a Kathmandu (capitale del Nepal), 1200 chilometri di fatica fisica ed estasi spirituale portate quasi all’estremo. Quei paesaggi, quella luce di atmosfera rarefatta, quelle persone semplici, povere e sorridenti, mi sedussero l’anima, aprendomi l’intelletto a conside­razioni più ampie, a meditazioni di una chiarezza e stupefazione mai prima sperimentate.

Purtroppo, la tirannia esercitata sul Tibet dalla Cina (che lo occupa dal 1949) impedisce quasi ogni libertà di movimento e, di conseguenza, anche i rapporti con la popolazione locale sono forzosamente limitati, sottoposti al vincolo riduttivo del sospetto, della reciproca lontananza. I tibetani non possono manifestare liberamente la loro cultura, le loro tradizioni, la loro lingua, la loro fede. Così, la gloriosa e più che millenaria religione lamaista è compressa, mal tollerata, vissuta quasi in clandestinità.

 

Al ritorno, sentivo l’urgenza di visitare un Paese dove il buddhismo fosse praticato in piena libertà e con assoluta franchezza. Nell’autunno del 2008, mercè un viaggio organizzato dall’amico Nico Valsesia di Borgomanero, io e altre diciannove persone abbiamo potuto conoscere il Ladakh, il suo mondo arcano, favoloso e magico, di assoluta profondità morale e spirituale.

 

Il Ladakh è una regione dello Stato indiano di Jammu e Kashmir, a maggioranza musulmana, di cui rappresenta la parte buddhista, un lembo di Tibet miracolosamente rimasto al di qua della frontiera cinese, perciò autonomo e tutelato dalle autorità di Nuova Delhi nella sua specificità culturale, linguistica e religiosa. Arroccato in una delle zone più remote e inaccessibili del pianeta, fra l’Himalaya e il Karakoram, il Ladakh (let­teralmente: “paese degli alti valichi) è come un’isola di pace e tranquillità, spersa in un mare di feroci tensioni politiche e religiose. Ancora per quanto resisterà, è difficile dire, perché ai confini premono sempre più violentemente conflitti e odi secolari, che rischiano, ad ogni nuova ondata, di travalicarne le altissime cime che lo difendono e inondarne di risentimento e di sangue le desertiche e stupefacenti vallate.

Incuneato fra India, Pakistan e Cina, il Ladakh si trova, suo malgrado, in uno degli snodi strategici e militari più delicati e a rischio, dove confliggono e sempre più spesso deflagrano follie pseudoidentitarie ed interessi della più varia natura. Per ora il pericolo di un tracollo sembra essere stato evitato, la situazione pare essere sotto controllo, ma il futuro dell’intera regione è quanto mai incerto e imprevedibile.

 

Per fortuna, ho potuto visitarlo adesso questo Paese benedetto dal cielo e tutelato dall’intelligenza dell’uomo, prima che le sirene armate del turismo di massa lo devastino in modo irreparabile! In bicicletta, abbiamo attraversato le principali vallate (Indo, Shyok, Nubra), visitato la capitale Leh (purtroppo, ormai quasi del tutto sfigurata dalla pesante invasione di motori rumorosi e inquinanti, con relativo codazzo di negozi e commerci in perfetto stile consumista occidentale), siamo entrati nei cortili di monasteri antichi e preziosissimi (Thiksay, Hemis, Shey, Lamayuru, Diskit, Alchi, eccetera), abbiamo contemplato ad occhi sgranati i capolavori dell’arte lamaista (affreschi, statue, gioielli, tappeti, sten­dardi, eccetera), abbiamo conversato con saggi e sereni monaci buddhisti, abbiamo incontrato decine di umili persone (pastori, mercanti, operai), ci siamo immersi in una natura così straripante e meravigliosa da lasciarci letteralmente storditi, abbacinati, soggiogati.

Valli che si alzano ad altopiani battuti dai venti, a passi oltre i 5 mila metri, dove l’unico confine imposto allo sguardo sono montagne intorno e oltre i 7 mila metri, lucenti di ghiacciai e nevi perenni, intorno alle cui pendici pa­scolano yak lenti e mansueti come statue di carne e di pelo. Per grazia, abbiamo potuto dormire sotto stellate gelide e trasparenti come le sfere celesti aristoteliche, ad un braccio soltanto dal cielo più scuro e profondo. Ci siamo riaccostati all’essenza della vita e dei bisogni veri dell’essere umano, comprendendo – non solo a livello intellettuale, ma attraverso una dura implacabile esperienza concreta e personale – di quante colpe e di quanti miserabili vizi noi, che abitiamo per caso le parte ricca del Pianeta, siamo preda e indifferenti idolatri.

 

I ladakhi sono persone povere, ma non misere. Hanno il necessario per poter vi­vere dignitosamente in rapporto simbiotico e speculare con gli elementi di natura, natura verso la quale nutrono un rispetto e un’attenzione esemplari. La loro fede è semplice, spontanea, istintiva, priva di sovrastrutture ideologiche, che dall’intimo dei cuori si espande per ogni fibra del corpo palesandosi in atteggiamenti di estrema gentilezza e cordiale disponibilità. Non ti chiedono nulla. I bambini, vivaci e curiosi, sono fanciulli ben educati e composti, già fin da piccolissimi condotti dai genitori e dagli anziani della comunità, lungo le impervie vie del dharma. Le donne, bellissime e libere, con sguardi luminosi e mai sottomessi, ma nemmeno di sfrontata esibizione o arroganza, camminano ritte e orgogliose, ornate con stupendi gioielli e multicolori abiti tradiziona­li. Gli anziani, ritenuti ancora depositari di una saggezza insostituibi­le e sacra, trascorrono le loro ultime giornate terrene in una trepida e serena attesa del “dopo”, che, a guardarli, rende stupefatti e che un poco perfino inquieta, abituati come siamo a considerarli – qui, da noi – inutili, oppure ingombranti, dei “pesi”, insomma, di cui sbarazzarci al più presto, come fossero robe vecchie da rottamare.

 

Intorno a questo mon­do e, ormai, anche al suo interno, premono tentazioni di snaturamento sem­pre più potenti e invasive, che ne intaccano l’essere più antico. Il consumismo, con la sua affollata pletora di falsi bi­sogni e idoli materiali, si insinua qua e là come un male oscuro e terri­bile, che già affiora in superficie con pustole e ferite di immediata evidenza, ahimè! Anche in questa parte del mondo, per quanto lontana e isolata dal resto, gracchiano e sibilano, con insistenti richiami, i tranelli del denaro, del successo, del narcisismo individualista, di una presunta autosufficienza umana.

Durante il viaggio abbiamo raccolto le insegne arroganti, seguito le tracce pesanti, odorato l’insano olezzo. Però su tutto ancora aleggia in Ladakh un vertiginoso e autentico senso di pienezza e di primordiale speranza, che ha a che fare con le montagne e i deserti, con le statue dei Buddha compassionevoli e i sorrisi di quegli occhi scolpiti nell’aria gelida dell’Himalaya, spalancati verso orizzonti illimitati ed eterni. Dentro quelle pupille di luci povere e terse, ho potuto leggere ancora – come in Tibet – il segnale di un corpo vivente, l’impronta di un tempo fuori del tempo, l’avvisaglia di un’alba.

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