Nel foglio non ci sta

Cosa pensano i bambini di Dio? Viaggio in tre scuole religiose di Roma: cattolica, islamica ed ebraica.

Da bambino ero affascinato dal racconto del giovane Samuele. Che di notte sente qualcuno chiamare ripetutamente il suo nome, e chi chiama non è il vecchio Eli, il suo maestro. È il Signore. Samuele aveva udito la sua voce. Naturale che gli rispondesse. Quante volte m’ero immaginato, nella mia fantasia fanciullesca, il volto enorme di Dio comparire sopra i tetti delle case, fra le nuvole rosa e grigie al tramonto e il fumo delle ciminiere della mia Torino. E immaginavo la sua voce, sottile e potente più forte del rumore delle auto. Che mi parlava. Non accadde mai, ovviamente. Mi spiegarono che la sua voce s’udiva nell’intimo del cuore. Ma la trovavo una cosa troppo complicata, quella: io un po’ stavo lì in silenzio, ma non riuscivo mai a sentir nulla. Invidiavo Samuele.

Che gioia ho avuto quando m’è capitato fra le mani un libretto uscito di recente, Il Signore è grande e non si può disegnare, appena uscito nelle librerie, edito da Einaudi e scritto dal giornalista Gualtiero Peirce. Perché non si può disegnare? Ovvio: perché nel foglio non ci sta. Millenarie controversie iconoclaste risolte in un battibaleno. La gioia che ho provato era dovuta al fatto che mi sentivo a mio agio fra quelle pagine, che mi ritrovavo bambino, con i miei entusiasmi e le mie perplessità, con l’invidia che avevo un tempo per Samuele. 

È, questo libro, il resoconto del viaggio dell’autore in tre scuole elementari della capitale dove s’insegna religione. Non si tratta d’interviste, semplicemente d’ascolto dietro l’occhio della telecamera e il microfono del registratore. Per sentire cosa dicono i bambini del loro Dio. «Mi hanno fatto capire – ha confidato Peirce – quanto siamo tutti uguali prima di diventare diversi». Sono i bambini della scuola ebraica “Vittorio Polacco”, a pochi passi dalla Sinagoga del Ghetto; quelli della moschea di El Fath, che tiene corsi integrativi il sabato e la domenica, dopo la scuola pubblica, per bambini che arrivano da ogni parte del mondo, mandati dai loro genitori che cercano di mantenere viva la lingua e l’identità religiosa; e quelli della scuola cattolica Antonio Rosmini, sulla via Aurelia, dove, sull’esempio del grande sacerdote a cui è intitolata, s’impara fiducia e amore, coniugando fede e ragione. 

 

Bambini che frequentano la stessa classe allo stesso istante… ma che sono distanti migliaia d’anni gli uni dagli altri: infatti nella scuola ebraica il calendario, al tempo della registrazione di Peirce, indicava i festeggiamenti del rosh hashanà del 5768, il Capodanno ebraico; i bambini musulmani scrivevano sul quaderno la data del mese di ramadan del 1428; e quelli del Rosmini aprivano il diario al settembre 2007. Perché se i cristiani fanno risalire l’anno zero alla data della nascita del Cristo (a meno di qualche erroruccio), per gli ebrei è il presunto anno della creazione di Adamo ed Eva, e per i seguaci dell’Islam la fuga del profeta Muhammad da La Mecca a Medina.

Ma queste distanze culturali e storiche sembrano dissolversi quando ci s’immerge fra le voci dei bambini delle classi, tanto che dopo un po’ non è facile distinguere in che scuola ci si trovi. Anche se Leyla indossa un delicato hijab rosa con grandi fiori trasparenti, e David lotta per tenere sui capelli rasati la sua kippà con disegnato sopra l’Uomo Ragno. Perché il loro rapporto con il mistero di Dio è tutta immediatezza.

Nella scuola per bambini musulmani la piccola Tasnim rimane sconcertata all’affermazione dell’imam che tenta di far entrare un concetto basilare per la reciproca accettazione: «Noi siamo tutti figli di Adamo», e di getto esclama: «Tutti? Proprio tutti? Madonna quanti figli!». Ma poi è proprio lei, quando l’imam le chiede perché s’è sentita contenta per essere riuscita a mantenere il digiuno del ramadan, a rispondere con lo stesso candore: «Perché io voglio andare in Paradiso».

 

Nella scuola ebraica, fra i copricapo – le kippot – che spesso si trasformano in audaci dischi volanti che solcano lo spazio aereo della classe, la morà, la maestra, tenta di far capire che ci sono diversi modi di far male all’altro, non solo con la violenza fisica. E suggerisce: «Si può fare del male anche con la bocca». «Ad esempio, se ti do un morso», spiega Jonatan che tende a prendere le cose nel loro significato più letterale. La maestra insiste: «Si può far del male con le parole…». «Lo so – insiste il solito Jonatan – se si urlano forte nell’orecchio!». Non c’è che da arrendersi.

Poi qualcuno chiede come fa il Signore a sapere tutto: «Il Signore c’ha mille occhi… ma li può chiudere tutti. E ci vede lo stesso!» afferma sicuro Daniel.

Ma anche qui ci s’imbatte in rivelazioni sorprendenti. Gaia è angosciata da un problema: «Morà, ma Dio com’è nato?». «Secondo voi?», chiede la maestra, stupita dalla domanda. «Col vento!», «Con la mamma!», «Con le nuvole!», piovono le risposte. Un bimbo di sei anni alza la mano: «Morà, morà!». «Dimmi…», lo incoraggia la maestra. E lui risponde col volto illuminato dall’idea che ha appena avuto: «Il Signore è nato con le parole!». Un paio di millenni di riflessioni, racchiusi in poche parole. È proprio vero, anche in questo frangente sono i bambini ad aver qualcosa da insegnare al mondo degli adulti.

 

Nell’Istituto Rosmini la maestra chiede: «A chi somiglia Dio?». Un paio d’alunni si mettono subito dalla parte del potere costituito: «Alla maestra!», «Ai genitori!». Poi alza diligentemente la mano Sofia: «Dio assomiglia a Giulio». Che arrossisce a quella inaspettata rivelazione di sentirsi così direttamente “immagine e somiglianza” del Creatore.

In un’altra occasione la maestra li fa mettere in posizione d’accoglienza, cioè con le braccia spalancate. E chiede: «Vi ricorda qualcosa o qualcuno?». «Si, Gesù!», risponde fulmineo Giulio. «Pensavo che avreste messo più tempo a capirlo», confessa la maestra. «Ma maestra, c’è il crocifisso, là dietro!»

 

Nella stessa grande città, nei loro microcosmi paralleli, così vicini e così distanti, nelle loro lingue a volte ancestrali, i piccoli alunni vengono educati all’amore di Dio, alle regole della propria religione, al rispetto del prossimo. Bismi-Llahi r-Rahamani r-Rahim, salmodiano i bambini della scuola islamica El Fath: “Nel Nome di Dio Clemente e Misericordioso”.

Shemà Ysrael, Adonai eloheniu, Adonai ehad, “Ascolta Israele il Signore è nostro Dio, il Signore è uno”, recitano in coro maestre e bimbi della scuola ebraica Vittorio Polacco, coprendosi gli occhi come prevede questa preghiera.

Padre Nostro che sei nei cieli… pregano al Rosmini. Sono preghiere che salgono da quelle classi e si uniscono in su, in qualche modo misterioso, sopra il cielo di Roma. Sono preghiere di chi è alto poco più d’un ginocchio e sa che niente è impossibile. Perché la vita è ancora tutta spalancata, da scoprire. Fa bene ascoltare le loro voci.

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