‘Ndrangheta, maxi blitz in Calabria: 334 arresti

L’inchiesta della Dda di Catanzaro ha disarticolato le cosche della zona di Vibo e ha portato in carcere anche numerosi esponenti di spicco della politica locale. Emergono le connivenze tra ‘ndrangheta, politica e apparati dello Stato, legami con la massoneria. Sequestrati beni per 15 milioni
Un fermo immagine tratto dal video dei ROS dei carabinieri mostra un momento dell'operazione 'Rinascita-Scott' ANSA/CARABINIERI

Tra gli arrestati ci sono il sindaco di Pizzo e il presidente dell’Anci Calabria, Gianluca Callipo, l’ex consigliere regionale Giamborino e l’ex comandante del reparto operativo dei carabinieri di Catanzaro, Giorgio Naselli. C’è anche l’ex parlamentare Giancarlo Pittelli, già inquisito e processato nell’inchiesta “Why not”, dove era stato assolto. Coinvolti anche (con un provvedimento di divieto di dimora) un altro ex parlamentare, Nicola Adamo, ex vicepresidente della Regione e marito di una parlamentare in carica. Tra gli arrestati ci sono inoltre Filippo Nesci, comandante della Polizia municipale di Vibo Valentia, ed Enrico Caria, che aveva ricoperto lo stesso incarico nel Comune di Pizzo.

L’hanno chiamata operazione “Rinascita-Scott”: 334 arresti, 416 le persone indagate. Sono questi i numeri della maxi operazione condotta dai carabinieri in Calabria, ma estesa anche ad altre regioni italiane e anche all’estero. Gli arresti sono stati eseguiti pure in Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Sicilia, Puglia, Campania e Basilicata, ma altre persone sono state localizzate anche in Bulgaria, Germania e Svizzera. Più di 3000 carabinieri hanno lavorato nella notte per assicurare alla giustizia o notificare i provvedimenti giudiziari. Sono stati sequestrati beni per 15 milioni di euro.

Nel mirino degli investigatori le varie cosche di ‘ndrangheta operanti nella zona di Vibo Valentia, dove opera la cosca Mancuso di Limbadi. Gli ordini di custodia cautelare sono stati emessi dal Gip di Catanzaro su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

ANSA/CARABINIERI
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Le accuse sono di associazione mafiosa, omicidio, estorsione, usura, fittizia intestazione di beni, riciclaggio e altri reati aggravati dalle modalità mafiose. Il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, ha parlato della «più grande operazione antimafia condotta in Italia dopo il maxiprocesso di Palermo». E ha aggiunto: «Abbiamo disarticolato completamente le cosche della provincia di Vibo, ma l’operazione ha interessato tutte le regioni d’Italia, dalle Alpi alla Sicilia. Nell’ordinanza ci sono 250 pagine di capi di imputazione. È stato un grande lavoro di squadra fatto dai carabinieri del Ros centrale, di quello di Catanzaro, e del Comando provinciale di Vibo Valentia».

Ciò che emerge è una fitta ragnatela di connivenze tra i poteri forti dello Stato (politici e funzionari, ma anche carabinieri e vigili urbani) con avvocati, commercialisti e, tra loro, molti massoni. Una sorta di para-Stato che, per anni ha governato la Calabria o che, comunque, ha fortemente condizionato le scelte politiche, economiche gestionali, non già nell’interesse dei cittadini, ma di pochi e selezionati fruitori. C’è la concessione illecita di appalti pubblici e di posti di lavoro per affiliati o per persone vicine alla consorteria. Spesso anche le promozioni o gli incarichi assegnati dai politici erano funzionali a queste logiche.

Ancora una volta viene a galla un apparato di cosche della ’ndrangheta che non vive da solo, ma che si nutre di collegamenti funzionali con chi detiene il potere. I politici coinvolti sono di varie forze politiche, la maggior parte sono di Forza Italia e dell’area Pd. Ma c’è anche il segretario del Psi calabrese Luigi Incarnato (finito ai domiciliari). Persone e personaggi che, in più occasioni, si sono sottoposti al voto popolare e sono stati eletti.

Corruzione e accesso abusivo a sistemi informatici, arresti

Inevitabile la domanda legata al livello di consapevolezza delle popolazioni che si recano al voto, ma più spesso emergono le complicità mascherate sotto una forma di apparente legalità o più spesso dei “gruppi di potere” che condizionano le scelte e le candidature. In alcuni casi il sistema elettorale (privo del voto di preferenza) ha impedito la libera scelta dei cittadini (con candidature decise dall’alto); in altri casi l’espressione del voto di preferenza ha addirittura favorito l’elezione, grazie alla fitta rete di favoreggiamenti e connivenze. Un vero sistema di potere, una rete che influenzava ogni scelta.

Nel panorama attuale, in cui spesso anche la magistratura è sotto accusa, un momento di riflessione sul ruolo che essa svolge nel Paese. Pur in un sistema-Paese profondamente corrotto, alcune parti dello Stato hanno ancora gli anticorpi necessari per reagire. Non sempre è così, non sempre è così per tutti.

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