Navigazione a vista

Maggioranza solida, ma senza profilo. Opposizione rivitalizzata, ma senza iniziativa. Il grande ruolo dei cittadini.
Barca a vela
Eccoci di nuovo alle prese con un’altra manovra economica, di dimensioni gigantesche: 47 miliardi di euro divisi (non equamente) in quattro anni, 2011-2014. Un’impresa necessaria per la tenuta dei conti pubblici e per l’intero sistema-Paese, che matura in un clima poco favorevole. «Ce la chiede l’Europa», spiega il ministro Tremonti a un uditorio irritato: quello dei suoi colleghi del Consiglio dei ministri, tutti refrattari, a cominciare dal presidente Berlusconi, a lasciarsi condurre su un terreno dominato dalle parole “tagli”, “sacrifici”, “aumenti”. Infatti, lo choc post-elettorale e post-referendario continua per il governo, e pesa sui rapporti interni ai partiti e tra Lega e Pdl. E così, mentre la difficile e sofferta situazione economico-finanziaria del Paese necessiterebbe di un governo forte e coeso, il nostro è in questo momento straordinariamente debole.

 

È vero che tiene; è vero che i voti di fiducia in Parlamento si superano uno dietro l’altro, ma sul piano della visione strategica, della progettualità condivisa, ancora una volta il governo si mostra sfilacciato, spettatore dell’ennesimo one man show del ministro Tremonti, sempre più solo contro tutti, stavolta anche contro l’alleato di sempre, Bossi e la Lega. Insomma, la “quadra” che si è dovuta trovare nel governo per varare la manovra assomiglia a un compromesso gigantesco quanto la manovra stessa. Niente di male, se ciò non costasse il prezzo del basso profilo e delle non-scelte: vedi riforma fiscale.

 

Il governo insomma naviga a vista: la Lega, protesa a recuperare un certo scetticismo che si è insinuato nella sua base, torna a fare il partito di lotta e di governo, anche se con cartucce bagnate e incisività attenuata da inedite lotte intestine; le intercettazioni (se si riesce a sospendere per un attimo le polemiche in materia) fanno emergere uno spaccato della vita interna del governo che ne intacca fortemente il prestigio; e poi i problemi legati alla crisi di consenso del Pdl, che hanno portato in fretta e furia alla introduzione della figura del segretario. Un’innovazione, quest’ultima, molto significativa (l’eredità finiana?): l’immagine del presidente Berlusconi che, velato di una certa mestizia, chiede di acclamare Angelino Alfano primo segretario del Pdl, resta il simbolo di un passaggio, anche se le modalità con cui si è concretizzato sono lontane da un processo partecipato e democratico.

 

Ma se la compagine di governo soffre, neppure dalle parti dell’opposizione si sta in grande salute. Anzi, il Pd, irragionevolmente ringalluzzito dagli esiti elettorali, si è mostrato più di una volta debole nel suo ruolo di principale oppositore del governo e ha evidenziato nella sostanza gli stessi problemi della maggioranza: mancanza di compattezza, di visione, di iniziativa. Un esempio? L’incapacità di affrontare la questione della riforma della legge elettorale, che rimane terra di nessuno. Quanto sia importante per restituire vitalità al sistema democratico italiano cambiare le regole per eleggere il Parlamento, non c’è bisogno di sottolinearlo ancora. E se il partito che aspira alla maggioranza relativa e al governo del Paese non riesce a elaborare una proposta unitaria e chiamare alla sfida gli altri gruppi di opposizione, è legittimo domandarsi che garanzie offra per governare il Paese.

 

Una debolezza che rafforza Di Pietro, già forte – lui sì – di una clamorosa vittoria referendaria, cioè del buon esito di una coraggiosa e solitaria iniziativa politica (il referendum sul “legittimo impedimento”). Ora Di Pietro passa all’incasso sfoggiando un nuovo aplomb istituzionale: perfetta la sua reazione alla vittoria, incalzanti gli inviti a Bersani a procedere all’individuazione del candidato premier attraverso le primarie, addirittura aperto e dialogante con Berlusconi in persona. Segnali con i quali intende rassicurare i “moderati” circa la sua capacità di esercitare una leadership a tutto campo.

 

Per il momento, però, il governo può stare tranquillo: può contare su una cronica indecisione delle opposizioni riguardo le scelte strategiche relative alle alleanze e sull’assenza di una figura trainante e unificante, che non appare neppure all’orizzonte.

Quadro d’insieme sconfortante? Lo sarebbe se non avessimo altri segnali di autentica vitalità politica; due esempi: la partecipazione dei cittadini, che hanno dato prova di guardare al bene comune e andare oltre gli schieramenti; le amministrazioni locali, in grado di esibire una classe politica che fa ben sperare (i sindaci Vincenzi e Pisapia che accorrono in soccorso di de Magistris sui rifiuti ne sono una prova).

 

Anche a livello centrale non sono poche le risorse positive che lavorano dentro governo e Parlamento, da una parte e dall’altra. Dalla loro capacità di “mettersi in rete”, tra loro e con i cittadini, potrà venire un valore aggiunto che può determinare quel colpo d’ali che si attende.

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