Natura, luogo d’incontro con Dio

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La foresta tropicale con i suoi profumi infiniti e con i rumori costanti e misteriosi che ti accompagnano dall’alba al tramonto e non ti lasciano nemmeno nella notte; uccelli variopinti, lucertole di diverse dimensioni e, spesso, quasi fosforescenti, alberi con fiori dal rosso fuoco. Immagini suggestive, che evocano memorie di un’escursione turistica emozionante. Invece questo è stato il teatro di un convegno internazionale, tenutosi a Fontem, nel cuore del Cameroun di lingua inglese. Centocinquanta partecipanti da molti Paesi dell’Africa sub-sahariana, ma con rappresentanti da Asia, America Latina ed Europa, si sono confrontati su un tema che da sempre e ad ogni latitudine ha affascinato l’uomo: La natura, luogo d’incontro con Dio. Il gruppo si è concentrato sulla religione del popolo bangwa, abitante della zona, parte dell’universo ricchissimo e variegato delle religioni tradizionali africane, e su quella cristiana, che molti dei bangwa stessi hanno abbracciato negli ultimi decenni. I fon, autorità tradizionali ed espressione del popolo, custodi della religione, hanno aperto le pagine invisibili di una tradizione atavica, trasmessa oralmente di generazione in generazione. È emersa un’immagine vitale della fede vissuta da questo popolo. Qui si è percepito il contatto diretto con la natura, mai adorata nelle sue espressioni più varie, ma luogo d’incontro fra creatore e creatura. È lì, infatti, che per generazioni la gente ha avuto un contatto con Dio, un Dio giusto che punisce chi fa il male e premia chi compie il bene e che questo popolo adora ed ama come Dio unico da tempi immemorabili. D’altra parte, non ci si nasconde che consumismo e globalizzazione sono una minaccia anche alla religiosità nel cuore della foresta. A contatto con questa tradizione – mi confidava una giovane kenyota – ho avvertito la necessità di ap- profondire la mia che conosco appena. In questi giorni ho capito che anche la tradizione dei miei padri porta a Dio e non è in contrasto con la fede cristiana. La grande scoperta del convegno è stata, infatti, l’esperienza, quasi palpabile, di come il Dio di Gesù Cristo abbia svelato pienamente l’immensa ricchezza già esistente in queste tradizioni, valorizzandole appieno. La grazia conferma la natura, commentava un teologo presente al convegno. Lentamente, è maturata la conoscenza di una cultura ricchissima, spesso dipinta totalmente in contrasto con la fede cristiana e che, invece, è emersa come una via maestra verso Dio. La religione tradizionale africana è una fede monoteistica che crede e adora l’unico vero Dio, affermava Giovanni Paolo II. Mi sono sentita liberata, confidava una congolese ad un collega camerunese di etnia bangwa. Una liberazione vera, dall’imbarazzo di essere figlia di una cultura che pareva essere in contrasto con la vita cristiana. Il convegno s’è rivelato un’esperienza vitale, ma tutt’altro che semplicistica; non ha ignorato aspetti scottanti che la Chiesa vive in questo continente. Spesso, resta difficile per il cristiano coniugare certi aspetti della tradizione con la fede in Gesù ed alcune espressioni della religiosità locale restano difficilmente compatibili con la via evangelica. Illuminanti, a questo proposito, i chiarimenti proposti da mons. Paul Verdzecov, che ha ricordato importanti interventi del magistero della Chiesa. Si tratta di parametri fon- danti, onde evitare il pericolo, sempre in agguato, del sincretismo. Ma il convegno aveva una sua radice lontana e profetica. Ho avuto la forte impressione che Dio, come un immenso sole, abbracciasse tutti, con il Suo amore. Per la prima volta nella mia vita ho intuito che avremmo avuto a che fare anche con persone di tradizioni non-cristiane. Così Chiara Lubich, nel corso degli anni, ha spesso risposto a chi le chiedeva come i Focolari si fossero impegnati nel campo del dialogo fra diverse fedi. Quel 19 giugno 1966, Chiara si trovava ad Azi, nei pressi di Fontem. Il fon (padre dell’attuale) e migliaia di persone del suo popolo si erano radunati per una festa in suo onore. Nel corso di questi decenni il rapporto fra i Focolari ed il popolo bangwa si è sviluppato ed approfondito, e nel 2000 è culminato con il lancio da parte di Chiara di un programma coraggioso: una nuova evangelizzazione, fondata sull’impegno a vivere il comando dell’amore reciproco. I fon stessi si erano impegnati a viverlo in prima persona, al di là di contrasti, gelosie, incomprensioni e rivalità: ostacoli sempre presenti alla vita di una comunità. La nuova evangelizzazione, come esperienza di popolo, ormai da quasi un decennio coinvolge tutti, dai re ed i loro notabili e capi clan alla gente dei villaggi. È proprio nell’ottica di questa comunione di popolo che i partecipanti al congresso hanno letto e vissuto la religione tradizionale del popolo bangwa, trovandovi la chiave di comprensione delle tradizioni più antiche e la luce per individuare la strada non sempre facile dell’armonizzazione fra tradizione e cristianesimo. A Fontem, non si è tenuto un convegno solamente accademico, ma si è sperimentato l’incontro di due popoli con le loro tradizioni – i bangwa e quello dei seguaci della spiritualità di comunione – che, come è stato detto da Maria Voce, presidente del Movimento dei focolari, sono già un solo popolo. MAFUA CHRISTINE RADICI CULTURALI E RELIGIOSE Mafua Christine è stata proclamata regina nell’aprile del 1982 dal padre, fon Defang. Oggi, dopo più di un quarto di secolo, è amata dal popolo e conserva una visibile autorità morale non solo sulle donne della tribù, che le sono affidate, ma anche sugli stessi fon, molti dei quali ben più giovani di lei. Che cosa ha prodotto il convegno nei partecipanti? In Africa si dice: Si dimentica ciò che si sente, ma si ricorda ciò che si vede. I partecipanti sono venuti ed hanno visto. Questo è più efficace che leggere centinaia di testi. Adesso si tratta di tornare a casa e cercare di discernere ciò che appartiene alla cultura e ciò che è della religione tradizionale. Sono convinta, infatti, che è molto importante distinguere chiaramente le pratiche culturali da quelle religiose, pena il pericolo di creare confusione. È un problema che abbiamo tutti noi, cristiani dell’Africa. ei ha avuto un ruolo molto importante di mediazione durante l’incontro… Sono convinta che una vera cristiana deve conoscere molto bene la sua dottrina e, allo stesso tempo, anche la propria cultura. Solo allora può agire con spontaneità. Io cerco di essere una cristiana impegnata, ma anche appartengo ad una cultura, la mia cultura bangwa, che vivo. Tuttavia, quando incontro alcuni aspetti culturali, che entrano nella religione tradizionale, mi fermo. Infatti, amo la religione di Gesù ed ho capito che non posso, in certe occasioni, se- guire Gesù e, allo stesso tempo, alcuni aspetti della mia cultura. Come avverte la presenza a Fontem di persone dell’Europa e dell’Africa che hanno vissuto momenti così intimi della vostra tradizione? Ne sono felice. Noi abbiamo una cultura orale. Tutto quanto si scrive di noi è stato scritto da stranieri e forse questo incontro ha dato l’occasione a qualcuno di scrivere qualcosa. Quando una cultura come la nostra passa dagli adulti ai bambini, c’è sempre il pericolo che sia distorta. Oggi, poi, soprattutto i più giovani vanno a vivere in città o studiano fuori. Allora non sanno neanche più la lingua e non si può pensare di essere parte di una cultura senza conoscerne la lingua. Quindi sono molto grata a coloro che sono venuti da fuori.

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