Nato per sbaglio?

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Lo so reduce da un periodo estremamente difficile: dolori su dolori per la morte dell’anziano padre e, proprio in quei giorni, per certe coliche così violente da richiedere il suo ricovero in ospedale e il successivo intervento chirurgico” Mi aspettavo pertanto una persona piuttosto provata in tutti i sensi. E invece trovo Dario sereno, di quella serenità tipica di chi è passato attraverso prove non subite, ma portate bene, in piedi. Non solo: è insolitamente disposto a parlare di sé, lui che misura sempre le parole ed è alieno dal mettersi in mostra. Nell’ascoltarlo, una volta di più ne apprezzo l’equilibrio, la capacità di evidenziare il positivo un po’ rari in questa nostra società fatta tanto spesso di gente inquieta e scontenta. Se poi a queste doti aggiungete buon senso, concretezza e praticità, vi sarete fatta un’idea di questo ex operaio triestino (in gioventù ha lavorato in un cantiere navale della sua città e, in seguito, presso una tipografia della capitale). Tra il suo passato e il suo oggi romano, tutta una vita, anzi un’avventura divina, come lui ama definirla, con un entusiasmo e un senso di gratitudine che il tempo ha potuto solo accrescere. E pensare che la sua giovinezza non è stata per niente idilliaca! Per non riaprire ferite in qualche modo rimarginate, Dario rinuncia a raccontarmela in dettaglio. Ma ciò che si lascia sfuggire mi richiama curiosamente certi intrecci romanzeschi alla Charles Dickens, con giovani eroi sottoposti ad ogni sorta di soprusi ed angherie. Eccola dunque, la sua storia di quel periodo, sia pure per titoli: a cinque anni perde l’udito ad un orecchio; a nove – nel difficile dopoguerra – diventa orfano di madre; dopo le seconde nozze del padre, ancora minorenne, è costretto a interrompere gli studi per gettarsi nella lotta per l’esistenza. Più tardi, verso i diciannove anni, cerca di rendersi indipendente e si arrangia per tirare avanti. Sempre però con la nostalgia di una famiglia vera. Tante traversie non sono senza conseguenze per la salute: di qui i ripetuti ricoveri in un sanatorio, a Trieste come a Torino, per curare la tbc. Per uno come Dario, che proviene da una famiglia non praticante e, lavorando in cantiere, ha a che fare ogni giorno con operai imbevuti di idee marxiste, è già tanto mantenersi coerente ai princìpi cristiani assorbiti dalla mamma e dalla nonna paterna. A lungo andare, però, questa fede non alimentata e non coltivata, non può che illanguidirsi. Per due anni non lo si vedrà più mettere piede in chiesa. Sempre più spesso, guardandosi indietro e costatando solo disastri, conclude di esser nato per sbaglio: non è forse stata matrigna per lui anche la vita? Si trova impantanato in questa crisi quando, durante uno dei suoi periodi in sanatorio, le brave suore che assistono i malati lo convincono, per adempiere al precetto pasquale, a confessarsi. Dopo il colloquio col prete, Dario è invaso da un tale senso di liberazione e di gioia da sentirsi un’altra persona. Tanto intensa è stata questa esperienza di rinascita che da allora – e senza la spinta di nessuno – sente il bisogno di accostarsi quotidianamente all’eucaristia. Comincia così a guardare al mondo, agli avvenimenti e alle persone sotto un’altra luce, lui che per sé non sapeva immaginare altrimenti che penoso il futuro. Cresce l’intimità con Gesù, si sente come avvolto dal suo amore; di qui il desiderio di ricambiare col dono totale di sé: l’unico modo di consacrazione a Dio che conosce (anche se non avverte congeniale la clausura di un monastero). Ma questa è solo una preparazione a ciò che l’aspetta nell’ultimo ricovero vicino a Torino. Tramite un altro degente, infatti, di cui frattanto è divenuto amico, scopre Città nuova assieme al messaggio di cui la rivista è portatrice. E quando da quella stessa persona riceve in dono Meditazioni di Chiara Lubich, beve letteralmente quelle pagine che gli svelano un modo di vivere il vangelo diverso da come l’aveva conosciuto: fa breccia anche in lui, insomma, quell’attrattiva del tempo moderno per la quale la più alta contemplazione è resa possibile pure a chi si sente chiamato a rimanere immerso nelle cose del mondo per condividere tutto, gioie e dolori, dell’umanità circostante. Una volta guarito e curioso di saperne di più, Dario comincia a frequentare i focolarini, di cui esiste una comunità anche a Trieste: ciò che sente, vede e sperimenta con loro basta a dargli la certezza di aver trovato, fra l’altro, la strada per concretizzare quella donazione a Dio che meditava da tempo. E questa strada, pur se a volte accidentata, Dario percorrerà senza mai alcun ripensamento, lasciandosi indietro pesi e frustrazioni, all’insegna di una sempre più ampia libertà. Date e vi sarà dato” Questa promessa riportata dal vangelo lui l’ha vista realizzarsi innumerevoli volte in tanti anni vissuti a costruire, assieme ad altri, la fraternità chiesta da Gesù. Secondo il suo stile discreto, mettendosi al servizio del prossimo nelle semplici cose di ogni giorno: dal cucire le tende per la camera di chi ne era sprovvisto al preparare un piatto diverso dal solito per far contenti i commensali, al prestarsi per una ricerca d’archivio… E in cambio di questo donarsi, l’approfondirsi dell’amicizia con Dio insieme alla stima e all’affetto da parte di gente d’ogni tipo ed età. C’è un periodo, nella ricca esperienza di questi quarant’anni, che più di altri, forse, ha lasciato un segno indelebile in Dario: è quando, per circostanze varie, si è trovato ad accompagnare il percorso spirituale di numerosi giovani desiderosi di approfondire l’ideale di unità dei Focolari. Erano studenti delle scuole superiori e universitari: tutti certamente più colti di questo ex operaio che ci sente con difficoltà e non è arrivato a conseguire la licenza media (anche se va detto che, grazie al suo lavoro tipografico, si è fatto una solida cultura anche teologica sui manoscritti che gli sono passati fra le mani). Ebbene, per questi giovani Dario è stato amico, fratello e maestro di vita. E non solo per un arco di tempo limitato. Quando le circostanze hanno portato alcuni di loro lontano, lui ha continuato a mantener vivo il rapporto tramite lettera o posta elettronica (il telefono non è fatto per lui!), partecipando alle vicende di ciascuno con una costanza tanto più ammirevole se si pensa che si tratta di oltre duecento persone. A distanza di tempo, tanti di quei giovani, oggi sposati e genitori, continuano a considerarlo un punto di riferimento con cui condividere esperienze. Per loro quel lontano periodo si è rivelato decisivo per la propria formazione umana e spirituale, sì da determinare anche le scelte di oggi. Come risulta da una lettera che sintetizzo: Caro Dario, ti racconto cosa mi è capitato ultimamente. L’inquilino del piano di sopra, una persona psicologicamente malata, ogni qualvolta incontrava mia moglie per le scale la calunniava e la copriva di insulti. Non potevo sopportarlo e ad un certo punto mi sono detto: Io quello lo ammazzo!. Poi però mi sono ricordato di cosa abbiamo vissuto assieme, di ciò in cui credevo e credo” Così abbiamo deciso di cercare casa altrove!. È solo un esempio della più vasta famiglia che Dario contribuisce a creare assieme agli altri e per gli altri, lui che, nel suo affacciarsi alla vita e senza il sostegno di una famiglia vera, s’era ritenuto svantaggiato. Una famiglia in cui – lo senti affermare convinto, riecheggiando una frase ascoltata tanti anni fa da un amico – ciascuno è stato pensato, amato, voluto da Dio. Niente male per uno che si era ritenuto quasi nato per sbaglio! DALL’ESPERIENZA DI UNA VITA Ho visto che il modo migliore per superare i momenti di difficoltà è mettersi a fare qualcosa per gli altri: viene dentro una forza nuova, una voglia di vivere, una felicità” È proprio vero: Siamo passati dalla morte alla vita perché abbiamo amato i fratelli. Quando non si ama per primi, quando ci si aspetta qualcosa dagli altri, non arriva mai niente” Invece, date e vi sarà dato, ed ecco la reciprocità. Non esiste l’ultimo arrivato. Chiunque, anche se molto più giovane e inesperto, è degno di stima, rispetto, considerazione. Scherzare e ridere va bene. Ma non quel prendere in giro l’altro che è mancanza di rispetto. Il motteggio va sempre evitato, perché può essere un grosso ostacolo nella vita spirituale. Quel Dio che si incontra nell’unità resta. Resta come un marchio e informa la vita delle persone che lo hanno sperimentato.

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