Natalia, la prima dopo Chiara

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Nei tempi di guerra, quando, assieme alle altre compagne, ascoltava in sala Massaia a Trento le parole nuove di un ideale che nessuna bomba può far crollare , Natalia forse non si rendeva conto dell’onda lunga che avrebbero provocato quelle parole. Puntare lo sguardo nell’unico Padre di tanti figli – diceva Chiara – e guardare tutte le creature come figli dell’unico Padre. Oltrepassare sempre col pensiero e con l’affetto del cuore il limite posto dalla natura umana e tendere costantemente, e per partito preso, alla fratellanza universale in un solo Padre, Dio. Queste le parole di quel trattatello che qualcuno si affrettò a definire innocuo. Forse sì. Era stato quello sguardo, infatti, a guidare i suoi passi negli anni dell’Oltrecortina, nel silenzio di una vita senza protezione. Avrebbero guidato anche quelli successivi lungo la strada del dialogo interreligioso, che dal ’77 prese ufficialmente il via nei Focolari. Aveva 19 anni, Natalia, quando la sua strada incrociò quella della ventitreenne Chiara Lubich. Era il giugno 1943, a Trento. La sua famiglia si era trasferita in città da Fornace, un paese tra i monti dove lei era nata, per seguire l’attività commerciale paterna. La sua adolescenza era trascorsa serena, sino a quando suo padre, colpito da una grave malattia, morì a soli 47 anni. Assieme al fratello maggiore, pur frequentando ancora la scuola, dovette mettersi a lavorare. C’erano altre tre sorelline. A casa non mancava il necessario, ma lei soffriva profondamente per la mancanza del genitore, a cui era molto legata. Lei lo ricorda come un tipo allegro, vivace, che amava la vita e il lavoro, e che aveva anche una particolare predilezione per quella figliola così quieta, che amava la musica e la pittura. Non le si confacevano certo le scuole commerciali: si era rassegnata a frequentarle per poter essere utile, come lei diceva. Natalia attraversava dunque un momento critico della sua esistenza. Quella sofferenza le aveva purificato il cuore e dilatato l’anima. Chiara trovò in lei un calice vuoto, che accolse senza riserve le prime intuizioni del carisma dell’unità. Fu anche questa sua capacità di ascolto che più tardi spinse Chiara ad affidarle l’aspetto della preghiera e della vita spirituale per tutto il movimento. Un giorno – è Natalia stessa che racconta – essendomi accostata al sacramento della confessione, il sacerdote mi propose di partecipare a una giornata di ritiro spirituale. Venga – mi disse -, verrà a parlare una giovane. Chiara – quella giovane – parlò dell’amore. Tante sono le cose belle della vita – esordì -: i fiori, le stelle, i bambini; ma più bello di tutte è l’amore. Descriveva l’amore materno, paterno, filiale, quello degli sposi, e continuava: Ma, se l’amore è la cosa più bella che esiste sulla terra, che cosa sarà Dio che l’ha creato?. Sì, l’idea di un Dio che fosse bontà, misericordia, ma anche bellezza, saziò il suo animo assetato di cose belle. Da allora, non volle più perdere di vista quella giovane. Ma furono le circostanze a far sì che iniziasse l’esperienza del primo focolare. La casa di Chiara, infatti, in seguito al terribile bombardamento del 13 maggio 1944, era rimasta gravemente danneggiata. I suoi familiari sfollarono in montagna e lei, rimasta in città, dopo una provvisoria sistemazione trovò, nel settembre ’44, un piccolo appartamento in piazza Cappuccini 2. Natalia era con lei, prima a condividere l’avventura della vita nuova. Nell’Oltre Da allora, Natalia fu accanto a Chiara. Furono suoi i dolori più intimi di un’opera ancora in gestazione. Sue anche erano le gioie dell’espansione del piccolo seme che germogliava al di là di ogni aspettativa nei posti più impensati. Un seme umile, che dovunque sembrava giungere al cuore del travaglio culturale della gente, delle terre dove si posava. Ma vi era un punto nero, un confine che pareva impossibile varcare. Era quello – in piena guerra fredda – della cortina di ferro che, dividendo in due l’Europa, spaccava il mondo. Chiara Lubich si era recata più volte a Berlino Ovest, in quegli anni. Nel 1960, nella sala di un edificio della Caritas, parlò del misterioso grido di Cristo – Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? – a circa 200 persone: sacerdoti, famiglie, seminaristi, giovani, convenuti tra mille precauzioni da varie località della Ddr. Era in quel grido che si rispecchiava la Chiesa del silenzio. Proprio per porsi al servizio di quei cristiani, la fondatrice dei Focolari pensò di aprire a Berlino Ovest un focolare con lo scopo di curare i rapporti con le persone della Ddr. Per questo delicatissimo compito mandò Natalia. La stessa Natalia così descrive quel periodo, in un’intervista a Città nuova del 1991, subito dopo la caduta del muro, quando, finalmente, poteva parlare: Dall’Est venivano continuamente a trovarci persone. C’era un gran via vai per la casa, anche perché le persone, non potendo avvisarci prima, arrivavano all’improvviso. Mai gruppi numerosi, naturalmente, sarebbe stato pericoloso. Intanto, il 13 agosto 1961, la situazione politica precipitò. Il muro invisibile tra le due Berlino divenne una realtà di pietra per impedire la fuga verso l’Ovest, verso la libertà. C’era chi invece, stranamente, chiese di andare all’Est. Non erano poveracci, o illusi di trovare una società senza classi. Erano due medici italiani, un chirurgo e un anestesista. Si chiamavano Enzo Fondi e Giuseppe Santanché, focolarini, che trovarono lavoro in un ospedale di Lipsia. Più in là, nell’Epifania del ’62, furono la dottoressa Margreth Frish e la sua assistente Elisabeth che chiesero di aprire addirittura un ambulatorio nella città della Ddr. Le accompagnava un’amica che si sarebbe occupata… della casa. Era Natalia. La Stasi La dottoressa e l’assistente, essendo tedesche, non trovarono grossi ostacoli burocratici. Non così l’amica italiana, che dovette passare due settimane in un centro di raccolta nei pressi di Berlino. Natalia, che si era prefissa un motto: La mia prudenza è l’amore verso tutti, guadagnò presto il rispetto, se non la stima, dei carcerieri. Ho fatto amicizia con tante persone – racconta Natalia -, soprattutto con una giovane donna in attesa di un bambino. Ricordo che, vedendola assai debole, mi offrivo di sostituirla nei lavori di pulizia. Dopo una decina di giorni mi hanno lasciata andare. Una volta uscita dal campo, anche quella donna, di nome Himgard, bussò all’ambulatorio. Diede alla luce una bambina, Mercedes, ma poco dopo si ammalò di leucemia e morì. Natalia e le altre presero con sé la piccola, che non aveva nessuno. Per alcuni anni visse con loro, in focolare, fino a quando fu possibile affidarla ad una famiglia. Ma fu la vicenda di Mercedes – anzi, del papà di Mercedes, in carcere per motivi politici – ad indurre la sospettosa polizia ad interrogare di nuovo Natalia. Ecco il resoconto di quegli interrogatori, e delle conseguenti indagini: La persona più importante che mi è stata fatta conoscere è una donna che si chiama Natalia. Viene trattata da tutto il gruppo con grande rispetto. È molto intelligente e si comporta in maniera molto fine. (…) È entrata nella Ddr in maniera molto originale, si è trasferita assieme alla dott.ssa Frisch. Vive con lei ed è venuta con la scusa di essere una donna di servizio, ma in realtà non è così. Praticamente è responsabile del focolare femminile e forse addirittura di tutta la Ddr e Cecoslovacchia, se si pensa che la Lubich ha fondato l’intero movimento dei Focolari. L’ambulatorio che avevano aperto a Lipsia come motivo della loro andata nell’Oltrecortina, si era trasformato – dice Natalia – in un centro d’amore. Da lì, lentamente ma inesorabilmente, il piccolo seme volò anche negli altri Paesi dell’Est. Puntare lo sguardo Nel ’76, Natalia fece ritorno a Roma, al Centro del movimento. La salute era compromessa. Certe emozioni, certe pressioni lasciano il segno. Passa appena un anno ed è di nuovo in pista: il movimento apriva il dialogo con le grandi religioni. L’evento in qualche modo fondante è noto: il premio Templeton per il progresso della religione, che Chiara ricevette nella Guildhall di Londra nel ’77, diede il via a questa nuova apertura. Arrivata a Rocca di Papa – ricorda Natalia -, Chiara ha incontrato alcuni collaboratori per trarre le conclusioni e vedere anche cosa fare. Per prima cosa, occorreva avviare un piccolo centro, un ufficio per raccogliere tutte le notizie dei contatti con persone di altre religioni che sarebbero arrivate da ogni parte del mondo. Chiara affidò a me questo compito. Mi disse: Amali!. Così, per trent’anni, Natalia ha prestato fede a questa consegna. E quando il pomeriggio del primo aprile scorso Chiristina Lee e Stella Chiu, sue collaboratrici per il dialogo interreligioso, sono andate a trovarla per presentarle il programma del simposio cristiano- buddhista in preparazione per il 27-30 aprile, sono state accolte, come sempre, con grande affetto. Ci ha ascoltato – ricorda Christina – con interesse, ci ha offerto dei cioccolatini. Alle 21 di quello stesso giorno, attorniata da Graziella De Luca, Doriana Zamboni, Aletta Salizzoni e Valeria Ronchetti, le amiche della prima ora con cui abitava, è passata all’altra vita. Si sono ricordate allora che, mentre la salute di Chiara si aggravava, Natalia aveva confidato di aver chiesto a Gesù di non prenderla prima di lei: Per non darle questo dolore. È stata ascoltata. MESSAGGI DA TOKYO: Natalia ha lavorato per la realizzazione dell’ideale dell’amore e dell’unità. Non è facile ora per me accettare il fatto che dobbiamo dire arrivederci anche alla nostra carissima Natalia. La immagino ora con Chiara, a pregare e conversare insieme. Ora noi continueremo a dedicarci, assieme a tutti voi del Movimento dei focolari, alla realizzazione dei nostri ideali comuni. Nichiko Niwano, presidente della Rissho Kosei-kai DA GERUSALEMME: Possiamo dire di Chiara e di Natalia le stesse belle parole di David nel II libro di Samuele, 1, 23: Persone amabili e incantevoli, né nella vita né nella morte sono state separate. Tra me e Natalia c’era un profondo legame. Custodirò per sempre come un tesoro il suo amabile e nobile spirito. Con molto amore per tutti voi. Rabbino David Rosen DALL’INDIA: La notizia della partenza di Natalia da questa terra, per riunirsi a Chiara in Dio, ci ha fatto pensare profondamente alle sue vie misteriose. Ricordiamo con grande riverenza la visita di Natalia al nostro istituto ed il suo stile silenzioso, ma così efficace, di portare avanti i nostri incontri di dialogo. Shantilal Somaiya, Kala Acharya e Lalita Namjoshi, della Somaiya Bharatya DA SKOPJE: Grazie per la tua mano sempre protesa! Ti prego, dimmi se era Chiara a cercarti con tanta sollecitudine. Siccome tu le eri così vicina, lei ti ha attirata a sé. Penso che siate state avvolte dal grande amore di Dio. Mi ricordo, ai nostri incontri, con quale umiltà tu ci hai offerto il tuo amore. Noi abbiamo accolto pienamente il tuo invito: Che tutti siano uno. La voce di Dio per mezzo di te è stata il richiamo d’amore e di fiducia per il quale noi musulmani siamo onorati di poter camminare insieme verso il mondo unito. Che sia benedetto il tuo amore!. Azir Semani, a nome degli amici musulmani della Macedonia

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