Napolitano: stop a Bersani. Via al piano B

Nuovo giro di consultazioni-lampo con i partiti. Si tenta un governo del presidente. Pole position per Fabrizio Saccomanni? Il direttore generale di Bankitalia, di cui sono note le ricette per uscire dalla crisi, riscuoterebbe consensi trasversali. Escluso quello di Grillo, per il quale non è poi così importante avere un governo
Bersani al Quirinale

Giovedi 28 marzo, ore 18. Bersani sale al Colle e per un’ora riferisce a Napolitano gli esiti «non risolutivi» (ed ampiamente scontati) del suo tentativo e, di fatto, non ottiene l’incarico pieno. Formalmente, in casa Pd, si afferma che si sia trattato di un incontro interlocutorio, che non ha consentito di sciogliere la riserva (accettare e/o rinunciare all’incarico), lasciando in mano al presidente l’iniziativa di condurre personalmente approfondimenti e verifiche. Ma l’opinione più realistica è che Bersani, di fatto, più che ‘congelato’ sia stato ‘congedato’ da Napolitano. Definitivamente.

Il capo dello Stato, preso atto della impraticabilità del piano A, ha deciso di riconvocare «immediatamente» (cioè stamani) tutti i gruppi parlamentari per procedere «direttamente» ad un nuovo giro di consultazioni-lampo.

È evidente che si stia ormai passando al piano B: un governo «del presidente» o «di scopo», affidato ad una personalità autorevole e di caratura istituzionale, in grado di poter contare su di un consenso ampio e trasversale. Modello Ciampi del 1993. Insomma, proprio quel governo di grande coalizione che Bersani non era disponibile a guidare, ma che, stante il risultato elettorale bloccato, rimane l’unica alternativa possibile ad un nuovo ricorso alle urne.

E possiamo essere certi che, se anche questo tentativo dovesse fallire, non ci sarà alcun piano C, rimanendo all’orizzonte solo il ritorno al voto, dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato.  

Le previsioni ruotano attorno ad una ristretta cerchia di nominativi, con una priorità riservata a Fabrizio Saccomanni, che risulterebbe gradito a molti. A partire dallo stesso Bersani (che lo immaginava ministro dell’economia nel suo esecutivo); ma anche a Berlusconi (che lo aveva sponsorizzato per la successione a Mario Draghi) e a Monti (che ne aveva incassato gli apprezzamenti per la linea economica seguita dal suo governo). Le sue ricette per uscire dalla crisi sarebbero note. Nei suoi recenti interventi, il direttore generale di Bankitalia ha più volte indicato alcune priorità necessarie: tenuta dei conti da considerare come una forte base di partenza per innescare la crescita del reddito; consolidamento delle finanze pubbliche, in una linea di riduzione del debito credibile e perseguibile; una politica fiscale non oppressiva che favorisca la crescita, stimolando la creazione di ricchezza; riforme strutturali, da affrontare su un doppio binario: nazionale ed europeo. Una forte collaborazione internazionale attraverso il contrasto di tentazioni protezionistiche e creazione di una governance europea idonea alla gestione dei debiti sovrani.

Non c’è bisogno di attendere cosa ne pensi Grillo, che ha sempre dichiarato che non darà la fiducia a nessun governo che non sia a guida “5 stelle”. Aggiungendo che si potrebbe addirittura fare a meno di un qualsiasi governo, bastando il Parlamento per varare una nuova legge elettorale e alcuni provvedimenti urgenti in materia economica, prima di tornare al voto. Modello Belgio? Ipotesi improponibile qui da noi, perché contraria al nostro ordinamento costituzionale.

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