Myanmar, un giudizio per i crimini contro i rohingya?

Dopo una denuncia alla Corte internazionale di giustizia, il Paese si appresta a dare ragione nelle prossime settimane di quanto è accaduto dal 2017 fino ad oggi
EPA/SUMAN PAUL

Bisogna cercare le radici dei mali per capirli. Per l’annosa “questione rohingya”, conviene fare riferimento al maggior esperto in materia, lo studioso dell’Università di Londra, Kenneth R. Hall, che in un suo noto volume sul sud-est asiatico (History Of Early Southeast Asia, Rowman & Littlefield) sostiene che la questione trova le sue radici addirittura nell’VIII secolo, al tempo dell’invasione musulmana dal Bengala verso lo Stato dell’Arakan, l’attuale Rakhine, nel Myanmar. Questo Stato è un territorio particolarmente caro ai buddhisti e a tutti i birmani, perché qui arrivarono i primissimi missionari buddhisti dall’India, poco dopo la fondazione del buddhismo, diretti poi in Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam. La conquista musulmana del subcontinente indiano segnò l’inizio del conflitto: nel 1430, il re Min Saw Mon riconquistò il controllo dello Stato dell’Arakan con l’aiuto del sultanato Bengalese. La capitale fu stabilita nella città di Mrauk U e lo Stato diventò vassallo del sultanato bengalese, riconoscendo la sovranità di quest’ultimo sul suo territorio. I re arakensi adottarono all’epoca la religione islamica.

Lo Stato dell’Arakan ha conosciuto lotte religiose tra musulmani e buddhisti senza sosta, a fasi alterne. Durante la Seconda guerra mondiale, i rohingya si allearono con gli inglesi e hanno lottato contro la popolazione buddhista della regione che li ospitava, in cambio della promessa di uno Stato autonomo d’ispirazione musulmana, nel nord dell’Arakan. Al momento dell’indipendenza, dopo la colonizzazione inglese, fu negata, da parte del governo a prevalenza buddhista, la cittadinanza ai rohingya. Ancora oggi, nel XXI secolo, per i buddhisti del Rakhine e di tutto il Myanmar, i rohingya rimangono gli invasori bengalesi e quindi non possono essere considerati cittadini a tutti gli effetti.

L’Operazione Dragon King, lanciata il 6 febbraio 1978, con la fuga verso il Bangladesh di 230 mila profughi, e soprattutto quella del 25 agosto 2017, a seguito all’uccisione di personale di polizia da parte di presunti terroristi musulmani, con la fuga di circa 730 mila rohingya sempre verso il Bangladesh, hanno creato una crisi umanitaria che come si sa è gravissima.

Il numero dei morti dopo quest’ultima presunta “pulizia etnica” non è chiaro: si parla di circa 10 mila persone uccise. Il Bangladesh, musulmano, al momento, accoglie la maggioranza dei profughi.

Anche la Malesia e l’Indonesia ospitano alcune migliaia di profughi, ma non hanno mai mostrato un atteggiamento conciliante verso i rohingya, così come la ricca Arabia Saudita, che pure ne accoglie una piccola parte: da una parte gridano al genocidio contro i rohingya ma dall’altra rimpatriano i rohingya che riescono ad arrivare entro i loro confini sprovvisti di documenti. Nei fatti, i Paesi musulmani sunniti non hanno mai concretamente aiutato i rohingya.

Dopo la denuncia del Gambia, come rappresentante dell’Organizzazione della cooperazione islamica alla Corte di giustizia dell’Aia, il 10 dicembre inizieranno le prime audizioni in vista di una possibile incriminazione dei responsabili militari del Myanmar nei massacri dell’agosto 2017. Aung San Suu Kyi guiderà la delegazione dal Myanmar, che spiegherà le posizione del giovane Stato del Myanmar appena uscito da 70 anni di guerra civile. Le accuse di genocidio sono già state respinte dal Myanmar.

Sul tavolo ci sono anche le infiltrazioni di terroristi islamici dal Bangladesh, che fomentano i movimenti d’indipendenza per un territorio interamente musulmano dentro il Myanmar. Anche il Bangladesh accusa il Myanmar di non collaborare sufficientemente per permettere al milione, ormai, di rohingya, di ritornare in patria.

L’opinione pubblica internazionale desidera chiarimenti ed azioni concrete a favore dei rohingya. Il Myanmar ha già dichiarato che non gradisce ingerenze straniere in questioni “domestiche”; Aung San Suu Kyi ha, a varie riprese, dichiarato che il Myanmar ottempererà alle richieste di risolvere la questione, ma con i tempi e i modi che la costituzione consente.

Dopo 70 anni di guerra civile il Myanmar, sotto la guida di Aung San Suu Kyi, sta uscendo dall’isolamento e si presenta come un attore importante nella vita civile dell’Asean. La questione è molto più complessa di quanto si possa immaginare. Le etnie del Myanmar sono 135, solo quelle ufficialmente riconosciute, e ne manca una, proprio quella dei rohingya.

La comunità internazionale può certamente aiutare con un “tavolo diplomatico” ad hoc, ma senza dimenticare che, come abbiamo più volte scritto su queste colonne, ci sono altri popoli, come i karen ed i kachin, che esigono analoga tutela.

 

 

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