Myanmar, un dittatore è peggio di una pandemia

#SaveMyanmar: cosa possiamo fare per aiutare il Myanmar e la sua splendida gente? In questi giorni, tanti, in tutto il mondo, si sono fatti questa domanda, dopo il colpo di stato militare del 1° febbraio.  
Myanmar, (AP Photo)

#SaveMyanmar. Seduto al mio tavolo a Bangkok, scorro le notizie delle agenzie e leggo i post dei miei amici di origine birmana: sono tanti e voglio bene a questa gente. Una delle cose che mi mancava di più nei cinque anni trascorsi in Vietnam era il contatto con i birmani, i loro paso (la tipica gonna sia maschile che femminile), la simpatia, il cibo speziato. Per fortuna, anche in quegli anni ho fatto alcuni viaggi a Mae Sot (al confine tra Thailandia e Myanmar) ed ho sempre mantenuto contatti con alcuni amici Karen, una delle 135 etnie della “Terra d’oro”, come gli antichi chiamavano i territori ad est dell’India.

Uno dei miei migliori amici, qui a Bangkok, viene da Bassein (o Pathein), 190 km ad ovest di Yangon, e in questi giorni ci parliamo spesso: è sconvolto ed impaurito per i parenti e gli amici che vivono a Bassein e a Yangon. Cosa sarà di loro? Teme che accada il peggio, come è purtroppo avvenuto in passato.

La Chiesa Cattolica è scesa in campo a fianco della gente, che sta rispondendo in modo composto, non violento, ad un regime ingiusto che si è preso il potere, dopo aver perso le elezioni di novembre scorso. Mons. Charles Maung Bo, il cardinale di Yangon che non manca mai di fare sentire la sua voce, ha pubblicato una lettera molto accorata nella quale dice apertamente di non poter accettare questo colpo di stato; e chiede ai militari di ripristinare lo stato di diritto e restituire alla gente quello che gli spetta: pace e democrazia.

«Troppe promesse vuote e sempre tradite: ora è tempo di cambiare e dare il potere ai legittimi depositari». I vescovi del Myanmar hanno indetto per domenica prossima una giornata di preghiera, digiuno e adorazione per scongiurare una lotta sanguinosa. Il messaggio è chiaro e forte verso i militari golpisti. Anche se i militari controllano, per diritto costituzionale (ma scritto da loro), il 25% del Parlamento ed hanno la priorità su alcuni Ministeri importanti, non hanno i numeri per guidare il paese: a novembre l’82% del popolo birmano ha scelto ancora una volta, e lo fa fin dal 1988, la democrazia.

Quattro giorni dopo il colpo di stato, e difficili trattative, il Consiglio di Sicurezza dell’ Onu, ha chiesto il rilascio di Aung San Suu Kyi e di tutti coloro che sono stati arrestati il 1° febbraio, ed il ritorno al dialogo e allo stato di diritto. Ma non c’è stata una condanna del golpe: Russia e Cina non hanno acconsentito.

Il grande artefice del golpe del 1° febbraio è il capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, lo stesso che molti accusano di essere il promotore dell’espulsione dei 700 mila Rohingya (musulmani) che si sono rifugiati in Bangladesh, nel 2017. Ed ora il generale Hlaing ha preso in mano il potere, ufficialmente per un anno, il tempo necessario a indire nuove elezioni, poiché sostiene che in quelle di novembre ci sono stati numerosi brogli.

Dal 1° febbraio la gente sta praticando una resistenza civile e non violenta, di protesta. Il Myanmar è un Paese in cui convivono 135 etnie, che non hanno ciascuna un proprio territorio: la sola persona che è riuscita a mettere tutti insieme è Aung San Suu Kyi. Senza di lei, le milizie Karen, Kachin e via dicendo, riprederebbero la guerriglia contro il Tatmadaw, le forze armate regolari.

E questa eventualità non piacerebbe neppure alla Cina, che ha investito molto denaro in Myanmar, un Paese ricco di materie prime, grande esportatore di giada, e assolutamente necessario per il progetto cinese Belt and Road, di espansione commerciale verso occidente e verso l’India. Quest’ultima, un’alleata “culturale” del Myanmar. L’India non vede di buon occhio un Myanmar troppo vicino alla Cina. Per sottolineare la sua leadership regionale, l’India ha di recente fornito gratis circa 5 milioni di dosi di vaccino indiano ai paesi confinanti come Bangladesh, Mauritius, Myanmar e Seichelles: è un’evidente mossa diplomatica, e non solo umanitaria, in un momento difficilissimo per questi Paesi.

Mentre sto scrivendo, la gente a Yangon, Mandalay ed in altre città e villaggi del Myanmar esce su balconi e per strada percuotendo le pentole e creando un chiasso assordante: è una pratica buddhista per scacciare i demoni. Si formano lunghi serpenti di auto a clackson spiegati: la disobbedienza civile attraversa tutti gli strati della società, bloccando le strade, gli ospedali, i ministeri, i trasporti pubblici e via dicendo.

Non solo: sui social media stanno circolando elenchi di nomi e di luoghi all’estero in cui risiedono parenti di militari del Myanmar, come a dire: sappiamo dove risiedono. Il Paese è praticamente bloccato. Internet è stato ristabilito da poche ore, dopo la protesta alle Nazioni Unite di molte agenzie, per il tentativo di dei militari di bloccare i social. Notizie, foto e video delle manifestazioni di protesta cominciano ad uscire. La gente è per strada, e sono tanti e di tutte le età. Cerchiamo di dare una mano anche noi, attraverso i social media, unendoci da casa nostra alla protesta dei birmani. Dalla pandemia si sta intravedendo la via d’uscita per tutti, anche per i vaccini distribuiti gratuitamente nei paesi poveri e in via di sviluppo dall’iniziativa internazionale Covax. Ma un dittatore è più pericoloso di una pandemia, come dice uno slogan diffuso sui social, e dobbiamo essere uniti per renderlo innocuo.

#SaveMyanmar e tutta la sua gente: che non si ripetano i massacri del 1988 e del 2007. Mai più.

 

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