Myanmar: l’odissea dei Rohingya

Sulla loro sorte un silenzio assordante, anche da parte del premio Nobel Aung San Suu Kyi. Sullo sfondo, lo scontro tra buddhisti e musulmani

Già in due articoli precedenti, Nessuna torta per i Rohingya e Myanmar: una situazione esplosiva, abbiamo affrontato il problema dei Rohingya in uno dei paesi più affascinanti dell’Asia se non del mondo intero: il Myanmar. Il Myanmar è il paese dal legno di Teak “color oro” più bello al mondo e della valle dei templi tra le più affascinanti del globo: Bagan; dalle meravigliose isole tropicali del sud, calde tutto l’anno ed al tempo stesso il paese dalla neve, nell’estremo nord, verso la capitale dello stato Kachin, Myitkyina.

Insomma, una nazione, una delle poche, dalle molte bellezze incontaminate e sicuramente da visitare da parte di chi, tra i nostri lettori, possiede uno spirito avventuriero. Eppure è anche il paese dei contrasti e delle contraddizioni scottanti come la questione dei profughi Rohingya: una vera spina nel fianco per la “de facto” leader, premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. La crisi va avanti ormai da tempo, anche se in questi ultimi quattro anni ha assunto dimensioni spaventose per il numero dei profugi fuggiti dal paese: centinia di migliaia.

È in atto uno scontro tra buddhisti che rappresentano la maggioranza del paese e la minoranza musulmana. Tutto questo è iniziato decenni fa ed ogni anno ha mietuto vittime e vittime da ambo le parti. Certo è che la minoranza musulmana soffre pene indicibili non destinate a diminure, ma anzi ad intensificarsi. Perché tutto questo? A detta di alcuni esperti della regione, le ragioni possono essere riassunte in cause interne al Myanmar, ed esterne.

Iniziamo dalle interne. Dobbiamo puntualizzare che il buddhismo, in effetti, è una religione di stato in Myanmar ed i monaci buddhisti non vogliono perdere questo privilegio, acquisito nei secoli: un primato difeso con tutti i mezzi e senza esclusione di colpi. Soprattutto c’è la volontà da parte del clero buddhista di ostacolare la minoranza musulmana, impedendole ogni possibiltà di sviluppo, soprattutto demografico, inducendo alla fuga, con le buone o le cattive, i musulmani dal paese.

Ed i Rohingya, che non hanno nessuna possiblità di opporsi soprattutto legalmente o economicamente, possono solo scappare, se gliene viene concessa la possibilità. Sì, perché spesso vengono uccisi durante le operazioni di “pulizia etnica” in corso nel Paese. Quello che si chiede la comunità internazionale è: perché la leader Aung San Suu Kyi non li difende? Gli analisti rispondono: non può, perché la maggioranza del parlamento, in mano ai militari (buddhisti) non le permette una voce a favore dei Rohingya. Ed il clero buddhista, che in pratica si avvale dei militari per sopravvivere e prosperare, inizierebbe un’opposizione molto dura.

Tutta la comunità internazionale desidererebbe una parola da lei, che forse arriverà quando e se “qualcuno” in alto, molto in alto, le permetterà di parlare. Ma il Myanmar, al momento, non ha bisogno di nuovi scontri e di opposizione da parte del potentissimo clero buddhista contro il governo. Ecco la ragione per cui le autorità, in pratica, tacciono e difendono l’operato dei militari, che stanno, ufficialmente, combattendo infiltrazioni terroristiche al confine col Bangladesh, ma in pratica, scacciano i Rohingya con modalità non certo legali.

Un nuovo scontro politico all’interno del Myanmar, sarebbe una situazione difficile da controllare e le super potenze che hanno messo le mani sulle risorse del Myanmar, desiderano una situazione pacifica, per poter “lavorare” e sfruttare al meglio. Le cause esterne di questa crisi sono da allacciarsi anche al Bangladesh, paese dal quale i profughi sono arrivati anni fa e che tuttora, pur accogliendole varie decine di migliaia in campi ufficiali e centinia di migliaia giusto a ridosso del confine col Myanmar in campi di fortuna, stenta a inserirli nella società, addirittura sigillando il confine e lasciando alle organizzazioni umanitarie di occuparsene.

Eppure il Bangladesh è un paese musulmano, potremmo obiettare: ma i Rohingya fanno parte di una minoranza, una delle tante nel nostro pianeta, sono un popolo senza terra e si fa presto a dire: «Non sono la mia gente, non sono uguali a me…è meglio che se ne vadano via o che altri se li prendano». La solidarietà non è automatica, anche per chi professa la stessa religione. E questo succede da decenni in Bangldesh.

Indubbiamente, si dovrebbe agire per una soluzione all’intero del Bangldesh ma non solo, perché questo è improbabile che possa avvenire, in quanto il Paese non è in grado di provvedere ad una loro sistemazione, per mancanza di volontà politica (con gli estremisti islamici che restano impuniti), economica e umanitaria. Speriamo che le nazioni vicine, come la Thailandia, ma soprattutto Indonesia e Malaysia, invece di “urlare” contro la premio Nobel, vengano fuori con un piano concreto di accoglienza dei profughi Rohingya all’interno dei loro stati, grandi e sufficentemente ricchi da accomodare molti se non tutti loro.

Serve un impegno serio e concreto, un piano umanitario e di condivisione da parte della comunità internazionale e soprattutto dei paesi musulmani limitrofi. Saranno capaci, Malaysia in testa, uno dei paesi più ricchi della regione, a fare un gesto vero di fraternità e di umanità verso i Rohingya? Non è scontato, purtroppo. La solidarità è un “passo” molto importante, che non s’improvvisa ma richiede motivazioni profonde, anche religiose, non indifferenti.

Chi soffrirà in tutta questa complicata situazione? Chi piangerà? Sicuramente i più poveri, gli ultimi, i Rohingya. Sono sicuro che la premio Nobel, nel suo silenzio che “parla” più di ogni dichiarazione, non li dimentica. E anche noi non li dimentichiamo.

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