My name is Tanino

È la quinta opera di Paolo Virzì, autore livornese apprezzato per la vivacità e l’ironia giovanile. Questa volta lascia l’ambientazione toscana per un giovane siciliano, che fa un viaggio in America. Egli ha detto di essersi lasciato guidare dal puro piacere narrativo, ispirandosi “ai fumetti e a quei libri per ragazzi, in cui il protagonista si muove nell’avventura, parte di notte e fa strani, provvidenziali incontri””. Tanino, aspirante filmmaker, ha difficoltà nello studio e, in generale, nel rapporto con la realtà. La sua partenza per gli Stati Uniti è un tentativo di fuggire in quell’immaginario familiare e misterioso, pieno d’attrazione e ripugnanza, che si è sedimentato in noi attraverso la visione di tanti film americani. I mondi che trova, assai diversi tra loro, ci sono noti grazie ad altrettanti generi cinematografici. C’è quello della società medio-alta in cui il confronto con il carattere sognatore e latino di Tonino offre vari spunti divertenti. Ma c’è anche quello degli oriundi italiani, sgradevole per la presenza di una componente mafiosa. Quello della strada e dei quartieri poveri, dove Tanino incontra il regista dei suoi ideali sociali, completamente emarginato. E, inizialmente, quello del piccolo paese della Sicilia, da cui proviene. Il confronto con questi generi diversi, Virzì lo ha considerato un gioco che, si può dire, ha prodotto una narrazione generalmente piacevole e quasi mai noiosa, a parte una o due caricature di meridionali meno riuscite. Il film offre lo spunto a una riflessione motivata dalla colorazione kafkiana di certe situazioni, dal disorientamento del protagonista, non dovuto soltanto all’inesperienza, e dai sogni, più reali del reale, nei quali egli avverte la dolorosa eredità delle violenze subite dalla propria famiglia ad opera della mafia. La sua dichiarazione che la vita è bella induce a pensare che le energie giovani, presenti nella società siciliana, non tradiscono i richiami di una vita autentica. Regia di Paolo Virzì; con Corrado Fortuna.

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