Musulmani sciiti e cattolici a scuola

Una originale summer school sulle Dolomiti. L’impegno interreligioso in teoria e nella prassi

Le summer school sono ormai una consuetudine dei processi formativi: non solo permettono aggiornamenti accademici, ma sono capaci di innescare processi di integrazione e di incontro, diventando luoghi ideali per stabilire preziose esperienze di dialogo accademico, sociale e interculturale.

Quella svoltasi lo scorso agosto nel Primiero, vallata trentina alle pendici delle Dolomiti, aveva senza dubbio il carattere della sorpresa. Ad una settimana dai tragici fatti della Rambla di Barcellona, una cinquantina di “stranieri” – non pochi con tratti somatici mediorientali, oltre che con foulard sgargianti ed eleganti soprabiti che poco avevano a che fare con l’abbigliamento di mezza montagna – non potevano passare inosservati. Nel Primiero si sono dati appuntamento giovani e insegnanti provenienti da Paraguay, Argentina, Brasile, Perù, San Salvador, Stati Uniti, Canada, Filippine, Iran, Inghilterra, Scozia, Portogallo e Italia. Molti avevano radici in India, Pakistan, Libano, Iraq e Kuwait. Uno spaccato del mondo attuale con appartenenze religiose precise: metà musulmani sciiti e metà cristiani.

Una tale summer school non è nata dal nulla. La settimana di studi sulle Dolomiti è frutto di un cammino di dialogo interreligioso fra membri del Movimento dei Focolari e rappresentanti del mondo sciita. Nel corso del tempo, è maturato Wings of Unity, «un programma di ricerca e formazione – ha spiegato il teologo Piero Coda, preside dell’Istituto Universitario Sophia di Loppiano, nel corso di un’intervista –, per promuovere insieme una lettura delle nostre tradizioni religiose da cui emerga  il disegno di Dio sull’umanità come un disegno di pace, amore e unità. Allo stesso tempo volevamo offrire percorsi di formazione per le nuove generazioni affinché scoprano la vocazione alla pace insita in tutte le religioni. Direi, usando una terminologia cara a papa Francesco, “un laboratorio per formare alla cultura dell’incontro”». L’argomento del corso è stato scelto di comune accordo nell’intento di coniugare le due diverse sensibilità religiose: l’unità di Dio per l’Islam, la dimensione della comunità per il cristianesimo.

Con l’immaginario pubblico ancora scosso dalla strage di Barcellona, nel vedere un gruppo di questo tipo non sono stati pochi gli sguardi iniziali tra lo sbigottito e il preoccupato. «È nel momento più oscuro della notte che si vede ancora meglio il lampo di luce che risplende. Quando attorno a noi c’è il buio, quando i problemi sembrano prevalere, quando la corruzione invade il mondo, è proprio questo il momento in cui lo Spirito di Dio lavora ancora più potente». Questa la lettura del professor Mohammad Shomali, direttore del Centro Islamico d’Inghilterra di Londra, che ha concepito l’intera iniziativa insieme a Piero Coda e all’Istituto Universitario Sophia, con la collaborazione del Centro del dialogo interreligioso dei Focolari. Il metodo della scuola è stato senza dubbio originale. Si sono, infatti, alternate lezioni frontali di carattere teologico e storico, con momenti di interazione di gruppo, tipo un’uscita in montagna, vero momento di integrazione e comunione, senza tralasciare le preghiere previste dalle due tradizioni religiose, sempre aperte alla partecipazione del gruppo dell’altra religione, presente con il rispetto e il silenzio dovuti. Quali risultati? Difficile dirlo. Come sempre, nel dialogo interreligioso è come buttare un sasso in uno stagno; non si sa dove arriveranno le onde. Ma una cosa è certa: questi 40 giovani sono partiti convinti che il dialogo è possibile. «Era difficile, prima di venire, prevedere cosa avremmo vissuto – ha affermato un giovane musulmano –. Il primo giorno abbiamo avuto delle lezioni frontali e siamo diventati amici, ma oggi concludiamo come fratelli».

Uno studente cattolico di Sophia ha confessato: «Avevo già vissuto momenti di dialogo interreligioso con musulmani, ma mai così intensi. Spesso si trattava di interloquire con uno o due di loro, mentre questa volta l’esperienza è stata collettiva, corale, di vita, seppur per una settimana scarsa. Inoltre ogni sospetto è caduto: gli studenti musulmani non dicevano belle parole in una conferenza tanto per farci contenti, bensì le vivevano con purezza di cuore tra loro, come noi proviamo a fare con le parole del Vangelo».

Una vera esperienza dell’idea sintetizzata dal titolo della scuola: “Impegno interreligioso in teoria e nella prassi”.

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