I muscoli e la ragione

Era proprio necessario che Nancy Pelosi sbarcasse a Taiwan nel 2022? Era proprio necessario che i servizi Usa finanziassero la rivolta ucraina nel 2014? Le domande in un mondo che rischia uno stato di guerra permanente
Il presidente cinese Xi Jinping, a destra, e il presidente russo Vladimir Putin durante un incontro a Pechino, in Cina, il 4 febbraio 2022. Foto: Alexei Druzhinin, Sputnik, Kremlin Pool via AP

L’escalation militare cui stiamo assistendo in diverse regioni del pianeta – Ucraina, Nagorno-Karabakh, Georgia, Siria, Kazakhstan, Taiwan… − sembra atta a far piombare il pianeta in una nuova e grave guerra fredda, ancor più grave di quella vissuta nel secolo scorso. Da una parte gli Stati Uniti e i suoi alleati, dall’altra Russia e Cina coi loro Stati amici. Pare una vicenda da manuale: poco alla volta sale la tensione, prima verbalmente, poi commercialmente, quindi militarmente, fino all’esplosione dei conflitti. Sembra non vi sia altra logica oltre a quella dei muscoli per dirimere le questioni di sovranità che si nascondono in queste regioni in cui i confini sono mobili, o perlomeno soggetti a mutamenti possibili. La ragione vive momenti di oblio, perché ogni ragionevolezza indicherebbe che nell’attuale congiuntura e nei gravissimi problemi del pianeta (emergenze ecologica, migratoria e sociale moltiplicate dalla Rivoluzione digitale) l’unica cosa da fare sarebbe quella di risolvere assieme questi problemi.

Era necessario che Nancy Pelosi atterrasse a Taiwan provocando la rabbiosa reazione di Pechino al limite delle acque territoriali di sua competenza e coi missili che sorvolavano l’isola in segno di minaccia? La domanda ce la poniamo un po’ tutti, perché è evidente come le reciproche provocazioni sino-statunitensi abbiano raggiunto il livello di allerta. Poniamo altrimenti la domanda: la visita della speaker del congresso è stata necessaria per erigere una diga tra il mondo democratico e quello dispotico e vetero-marxista che non rispetta i diritti dell’uomo e dei popoli? Perché qui sta la questione: in fondo è la eterna lotta tra coloro che si sentono buoni e coloro che vengono additati come cattivi, con le parti invertite, ovviamente, a seconda del punto di vista.

È evidente come la crescita cinese, imponente e duratura, sia stata il volano che ha permesso a Pechino di alzare lo sguardo e capire che poteva governare su mezzo mondo. Il bello è che tale crescita è venuta dal mercato, cioè dalle risorse che la Cina ha drenato nei mercati del mondo intero con un’offerta straordinaria di prodotti a basso mercato, che portavano a un surplus finanziario straordinario (valutato tra 700 e 1000 miliardi di dollari all’anno) da spendere per incrementare le zone di influenza cinese in Asia, in Africa, in America Latina. La Russia, anch’essa ha tratto beneficio, per il suo apparato industriale obsoleto e per la sua economia ancora assai clientelare, dagli enormi proventi del gas pagato dagli occidentali; dopo il punto più basso toccato ai tempi di Eltsin, la Russia ha ripreso a pensare in grande e a mettere così del balsamo sulla piaga dell’umiliazione per lo scioglimento della Unione Sovietica.

Dunque, Cina e Russia – campioni in qualche modo di un “comunismo-capitalistico” (non più una contraddizione nei termini) − hanno rialzato la testa, grazie al denaro occidentale, e poco alla volta si sono posti dinanzi al “gendarme del mondo”, gli Stati Uniti, a dirgli: guarda che non puoi fare quello che vuoi nel mondo intero, cioè in Ucraina, a Taiwan, in Georgia, in Afghanistan e via dicendo. Di fronte alla crescita economica cinese, e la non decrescita dell’amico russo, numerosi Paesi soprattutto asiatici, ma non solo, hanno pragmaticamente cominciato a chiedersi se non convenisse cambiare partner strategico di riferimento. Guardiamo all’Africa e al Sud America per capire che le cose non sono più come ai tempi della prima guerra fredda: oggi lo scacchiere internazionale è molto più variegato e complesso.

La questione ora sul banco della diplomazia è la seguente: le scaramucce e le piccole e meno piccole guerre di questi tempi dovranno essere uno stato normale nelle relazioni internazionali sul pianeta Terra? Oppure vi sono vie, appunto diplomatiche, per risolvere le questioni sul tappeto? I politologi possono e debbono rispondere. E ci risponderanno che ormai il mondo è multipolare (vedi anche la crescita di Paesi come Turchia, Arabia Saudita, Brasile e Indonesia) e che non si può più continuare a vivere pensando che ci sia un solo gendarme, e nemmeno due o tre. Economicamente ciò è già evidente, militarmente lo diventerà tra poco. Sapendo che la ricchezza spostatasi dall’Occidente verso Cina e Russia attraverso i mercati sta rapidamente scemando, lasciando il campo ad interrogativi non di poco conto: come reagirà la Cina all’azzeramento del suo surplus, dovuto a pandemia e guerra in Ucraina? E la Russia, dove troverà nuovi clienti per il suo gas?

In tempi diversi ho visitato tutti e cinque i Paesi citati all’inizio dell’articolo: le tensioni erano già evidenti, già una dozzina di anni fa. La crescita ad arte dell’odio è difficile da frenare. Accade come per le ferite nel corpo umano e le ferite che ci si procura: quando i punti di frizione, un tempo suturati, iniziano di nuovo a emettere pus, vuol dire che l’infezione è in atto e va curata. Siamo nella fase in cui si può ancora scegliere se ricorrere al bisturi o se curare con medicine. E le medicine si chiamano diplomazia, resilienza, ricerca di compromessi.

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