Munch e l’anima del Nord

Luci e ombre dalla pittura dei paesi nordici.
Munch

Lo spirito della Scandinavia rivive in Italia grazie a una strepitosa mostra che raccoglie pittori provenienti da Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca. Il genere del paesaggio impera in tutta la forza e le struggenti suggestioni del secondo Ottocento. Vedute mozzafiato in cui l’uomo è ridotto a poca cosa; a lui non resta che contemplare la natura in un sentimento altalenante che oscilla fra la meraviglia per tanta bellezza e lo sgomento di fronte a una potenza e a una forza superiori.

Ai paesaggi si affiancano però anche ritratti e scene d’interno. Una luce bianca si stende su cose e persone; è il sole freddo del Nord che, discreto e silente, entra nella pieghe delle cose per consolare il freddo di una strada, il vuoto di una stanza o le lunghe ore in cui l’unica voce a farsi sentire è quella della solitudine. Che si tratti di un paesaggio o di un volto, la schiettezza della rappresentazione realistica sfuma nell’introspezione o nella metafora e ogni luogo fisico diventa un luogo dell’anima.

 

La parabola dal realismo all’espressionismo si svolge pienamente negli spazi dedicati a Munch; le opere su carta e i dipinti sono la più chiara testimonianza dei suoi intenti: «Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto». Le sue immagini non si basano infatti sulle impressioni fugaci ma piuttosto sulla memoria e su un cupo mondo interiore. Se i soggetti hanno ancora un preciso riferimento figurativo, la componente simbolista emerge con prepotenza. È così che linee e colori si piegano alle esigenze espressive allontanandosi dal realismo; le forme hanno piuttosto una valenza emotiva volta a sollecitare e caricare fortemente le sensazioni dello spettatore che si ritrova coinvolto in un turbine di percezioni e di emozioni.

Lo stile visionario della sua opera più celebre, Il grido, già si annuncia in un’opera presente in mostra: Sera nel corso Karl Johann. Il soggetto leggero di una passeggiata nel vivace centro cittadino si trasforma in un incubo. Un’orrida processione di borghesi travolge lo spettatore. Sotto ai cilindri e ai cappellini col nastro non restano che fantasmi. Nonostante l’affollamento della scena non c’è nessun dialogo e nessun rapporto; ogni individuo cammina di fianco agli altri senza mai incontrarli veramente. Gli sguardi dei viandanti guardano dritti in avanti ma non incrociano nemmeno quello dello spettatore; piuttosto lo attraversano lasciando un grande senso di vuoto. Ciò che il pittore mette in scena è proprio la vuota ritualità di una borghesia che ha smarrito l’orizzonte collettivo.

 

Nel dipinto Malinconia, un amico del pittore è ritratto nella classica posa dedicata a questo soggetto: la testa è poggiata pesantemente alla mano mentre lo sguardo è perso nel vuoto. Ancora una volta è messa in scena la solitudine dell’uomo ripiegato su sé stesso, nei gesti come nello spirito. Non ci è concesso di leggere nei suoi tristi pensieri ma ne possiamo vedere le forme e i colori guardando al rutilante paesaggio che avvolge la figura. Quasi come un’emanazione di cupi umori, la spiaggia e il mare si tingono di un viola plumbeo; i profili delle cose cedono piano all’informe e la sinuosa materia pittorica riflette i tortuosi percorsi della mente.

L’intensità emotiva e la profondità psicologica dell’opera di Munch costringono anche lo spettatore più refrattario a un confronto serrato fra la profondità dell’animo umano e lo stridente contesto che lo racchiude e lo costringe. È così che la parabola della pittura scandinava mostra il suo binomio indissolubile di luce e ombra. La spiccata sensibilità al bello e alla luce non può che guardare anche al buio a ciò che bello non è; non si tratta semplicemente di denuncia ma di ricondurre il degenere o il decadente a quella dialettica in cui luce e ombra si mostrano come aspetti opposti e inscindibili del colore che veste la vita.

 

Munch e lo spirito del Nord. Scandinavia nel secondo Ottocento. Passariano di Codroipo (Udine), Villa Manin, fino al 6/3/11 (catal. Linea d’ombra).

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