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Il 27 marzo è la Giornata mondiale del Teatro

di Giuseppe Distefano

Rilanciamo il messaggio dell’attore Willem Dafoe direttore artistico della Biennale Teatro di Venezia, per la 64esima edizione la Giornata mondiale del teatro istituita dall’International Theatre Institute

Giunge alla 64esima edizione la Giornata mondiale del teatro istituita dall’International Theatre Institute e da esperti dell’Unesco per la prima volta il 27 marzo 1962. Da quel giorno, ogni anno, in tutto il mondo quest’arte viene celebrata chiedendo ad una personalità del teatro, della musica e della cultura in genere, di scrivere un messaggio che faccia riflettere sull’importanza sociale e politica del teatro come esperienza viva capace di connettere le persone e interrogare il futuro, stimolando riflessioni profonde. Il messaggio viene letto nei teatri, nelle scuole, nelle biblioteche, nei luoghi di cultura e di aggregazione in tutto il mondo.

Autore scelto per celebrare, il 27 marzo, questa 64esima edizione, è Willem Dafoe, attore internazionale, creatore teatrale e dallo scorso anno direttore artistico della Biennale Teatro di Venezia. Nel suo messaggio Dafoe riflette, tra il resto, sull’importanza vitale del teatro che mette in discussione il nostro modo di pensare e ci incoraggia a immaginare ciò a cui aspiriamo. Riportiamo il testo scritto da Dafoe per la Giornata 2026.

«Sono un attore, conosciuto soprattutto come attore cinematografico. Ma le mie radici sono profondamente legate al teatro. Ho fatto parte del Wooster Group dal 1977 al 2003, creando e interpretando spettacoli originali al Performing Garage di New York e facendo tournée in tutto il mondo. Ho lavorato anche con Richard Foreman, Robert Wilson e Romeo Castellucci. Ora sono il Direttore Artistico della Biennale Teatro di Venezia. Questo incarico, gli eventi nel mondo e il mio desiderio di tornare al lavoro teatrale hanno rafforzato la mia convinzione dell’importanza e del potere positivo e unico del teatro.

Al tempo del mio modesto inizio nel Wooster Group, una compagnia teatrale di New York, capitava che ad alcuni spettacoli del nostro teatro ci fosse pochissimo pubblico. Spesso la regola era che se ci fossero stati più artisti che pubblico avremmo potuto scegliere di annullare. Ma non lo abbiamo mai fatto. Molti membri della compagnia non avevano una formazione teatrale, ma erano persone di diverse discipline che si univano insieme per fare teatro, quindi “the show must go on” non era proprio il nostro mantra, e tuttavia sentivamo l’obbligo di continuare ad incontrare il pubblico.

Spesso provavamo anche durante il giorno e poi la sera mostravamo il materiale come un work in progress. A volte dedicavamo anni ad uno spettacolo, mentre ci sostenevamo con tournée di spettacoli più vecchi. Lavorare anni su uno spettacolo diventava talvolta noioso per me e trovavo le prove piuttosto faticose; invece, mostrare i work in progress era sempre entusiasmante, anche se il pubblico esiguo rappresentava un giudizio implacabile sul livello di interesse per ciò che stavamo facendo. Questo mi ha fatto capire come, indipendentemente dal numero dei presenti, fosse il pubblico, in quanto testimone, a dare al teatro senso e vita.

Come riporta il cartello nella sala da gioco “DEVI ESSERE PRESENTE PER VINCERE”. L’esperienza condivisa in tempo reale di un atto creativo, che può essere programmato e progettato ma è sempre diverso, è certamente l’evidente punto di forza del teatro. Socialmente e politicamente, il teatro non è mai stato così importante e vitale per la nostra comprensione di noi stessi e del mondo.

Le nuove tecnologie e i social network sono l’“elefante nella stanza”, in quanto promettono connessione, ma sembrano aver frammentato e isolato le persone le une dalle altre. Io uso il computer quotidianamente, anche se non ho social media. Ho persino fatto una ricerca del mio nome come attore su Google e ho consultato anche l’intelligenza artificiale per cercare informazioni. Ma bisogna essere ciechi per non riconoscere che il contatto umano rischia di essere sostituito dalle relazioni con i dispositivi. Sebbene alcune tecnologie possano esserci utili, il problema di non sapere chi si trova dall’altra parte del cerchio della comunicazione è profondo e contribuisce a una crisi di verità e realtà. Sebbene internet possa sollevare interrogativi, raramente cattura quel senso di meraviglia che il teatro crea. Una meraviglia basata sull’attenzione, sul coinvolgimento e su una comunità spontanea di quanti sono presenti in un cerchio di azione e risposta.

Come attore e creatore teatrale, continuo a credere nel potere del teatro. In un mondo che sembra diventare sempre più divisivo, autoritario e violento, la nostra sfida come creatori teatrali è quella di evitare la corruzione del teatro in una mera impresa commerciale, dedita all’intrattenimento attraverso la distrazione, o in un arido custode istituzionale delle tradizioni, ma piuttosto la nostra sfida è di promuoverne la forza di connettere popoli, comunità, culture e soprattutto di interrogarci su dove stiamo andando…

Il grande teatro mette in discussione il nostro modo di pensare e ci incoraggia a immaginare ciò a cui aspiriamo.

Siamo animali sociali e biologicamente progettati per interagire con il mondo. Ogni organo di senso è una porta d’accesso all’incontro e, attraverso questo incontro, raggiungiamo una maggiore definizione di chi siamo. Attraverso la narrazione, l’estetica, il linguaggio, il movimento, la scenografia, il teatro come forma d’arte totale può farci vedere cos’è stato, cos’è e cosa potrà essere il nostro mondo».

 

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