Morto Pansa, un grande del giornalismo italiano

«Scrivo da un paese che non esiste più: spazzato in pochi istanti da una gigantesca valanga d’acqua, massi e terra piombata dalla diga del Vajont...». Cominciava così un indimenticabile articolo del grande giornalista piemontese morto domenica 12 gennaio. Accusato di revisionismo storico per alcune sue pubblicazioni, resta uno dei principali cronisti italiani.
Giampaolo Pansa foto di Antonio Giovanni Colombo per Wikimedia Commons

«Se ne è andato Giampaolo #Pansa sbagliato ricordarlo per le polemiche, è stato un grande maestro di come si raccontano le cose: amore per i dettagli, osservazione minuziosa e una passione sconfinata per il mestiere. Che la memoria sia generosa e la terra lieve». Forse è il tweet di Mario Calabresi quello che meglio riassume i sentimenti contrastanti emersi dopo la scomparsa del giornalista Giampaolo Pansa, avvenuta domenica 12 gennaio, all’età di 84 anni. Verrebbe da dire che è un po’ il destino di tutti coloro che, forti delle loro innegabili competenze professionali – ed è indubbio che Pansa sia stato uno dei grandi nomi del giornalismo italiano – assumono anche posizioni controverse. Nel caso di Pansa, le sue pubblicazioni sul periodo storico della resistenza e dell’immediato secondo dopoguerra (su tutte Il sangue dei vinti). Revisionismo storico che infangava la memoria dei partigiani per alcuni; tentativo di leggere la storia in maniera più obiettiva dando voce anche – appunto – ai vinti per altri.

Sia come sia, è giusto ricordarlo soprattutto per quella che è stata una carriera giornalistica come poche altre. Nato a Casale Monferrato nel 1935, ha debuttato come giornalista nel 1961 su La Stampa – dove si distinse, due anni più tardi, per un celebre servizio sulla tragedia del Vajont. Passò poi a Il Giorno, Il Messaggero, al Corriere – peraltro sempre con direttori che hanno anch’essi fatto la storia del giornalismo italiano, come Italo Pietra e Piero Ottone – dove firmò insieme a Gaetano Scardocchia l’inchiesta che portò alla luce il caso Lockheed, nonché le principali interviste sulla strage di Piazza Fontana. Passò poi a La Repubblica, di cui fu vicedirettore. Ma scrisse anche su settimanali di spicco, come Panorama e L’Espresso (con la celebre rubrica Bestiario). Lasciò infine il gruppo Espresso, in polemica con i vertici, per scrivere su Il Riformista, Libero, La Verità, The Post Internazionale e di nuovo al Corriere della Sera.

Come già accennato, fu assai produttivo anche come scrittore. Tra i tanti titoli, ricordiamo Comprati e venduti. I giornali e il potere negli anni ’70; Il sangue dei vinti; I guardiani della memoria; La grande bugia. Proprio questi ultimi titoli – scritti peraltro, in maniera quasi inaspettata, da una personalità non solo lontana da estremismi di destra e neofascismi, ma che anzi si professava antifascista e che aveva una storia legata alla sinistra – gli procurarono accuse di revisionismo storico e di aver infangato la resistenza. Pansa, che già dai tempi della sua tesi di laurea su questo tema aveva studiato l’argomento, le ha sempre respinte; sostenendo di aver utilizzato fonti di diverso colore politico, e di aver semplicemente messo in luce una parte di storia non conosciuta senza con questo voler sminuire né mettere in dubbio il valore della Resistenza. Scrisse addirittura un provocatorio autoritratto, Quel fascista di Pansa, e un pamphlet su Salvini intitolato Ritratto irriverente di un seduttore autoritario.

Una vita intensa, da autentico giornalista “della vecchia guardia”, che ha vissuto tutti i principali avvenimenti della recente storia italiana scrivendone sui più prestigiosi quotidiani; e che testimonia una straordinaria vivacità intellettuale, che lo ha portato a scrivere su testate diverse e su argomenti diversi e sempre con uguale passione e professionalità. Forse è quindi davvero opportuno, come ha detto Calabresi, lasciare le polemiche: ora ricordiamo un grande nome del giornalismo italiano, al di là dei dibattiti ancora non sopiti su una parte della nostra storia.

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