Morto Giordano, fu presidente del maxiprocesso a Cosa Nostra

Si è spento a Palermo, all’età di 92 anni, Alfonso Giordano. Giudice in un processo storico, con 475 imputati, 22 mesi di udienze ed una sentenza con ergastoli e condanne pesanti. Per celebrarlo, si allestì ad hoc l’aula bunker del carcere dell’Ucciardone
Maxi processo Palermo foto Wikipedia

Il giudice del maxi processo. Non è un necrologio. Non può, né vuole esserlo. Scrivere di Alfonso Giordano, magistrato palermitano morto ieri all’età di 92 anni, significa scrivere un pezzo di storia d’Italia.

Sono passati trentacinque anni da quel 10 febbraio 1986: Alfonso Giordano entrò, per la prima volta, nell’aula bunker dell’Ucciardone, preparata appositamente per ospitare il maxi processo che nessuna aula di tribunale avrebbe potuto adeguatamente ospitare, visto l’altro numero di imputati: ben 475.

Per la prima volta, non il processo ad un singolo mafioso, o ad un gruppo di imputati, ma all’intera organizzazione che, grazie alle inchieste di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta ed al pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto, veniva chiamata, collettivamente, a rispondere dei delitti commessi in Sicilia e non solo.

In aula c’erano, ad ogni udienza, 200 o 300 imputati, circa 200 avvocati difensori e centinaia di giornalisti accreditati, provenienti da tutto il mondo.

La sentenza, dopo 35 giorni di camera di consiglio, venne emessa il 16 dicembre del 1987 (la sentenza finale della Corte di Cassazione arrivò poi quattro anni dopo, nel gennaio 1992 e confermò l’impianto della prima sentenza e di quella di appello).

Quando arrivò in aula per la sentenza, Giordano aveva cambiato aspetto. Aveva una lunga barba, così come il giudice a latere Pietro Grasso, il futuro presidente del Senato, anch’egli tra i protagonisti di quel processo. I due raccontarono poi in seguito di quel piccolo diversivo, nato quasi per caso, durante le lunghe settimane trascorse in “clausura” per redigere quella storica, lunghissima, sentenza.

Decisero di non tagliarsi la barba. Ci vollero ore, per Giordano, per leggere il dispositivo di un processo storico, il cui impianto resse in Cassazione. Il processo di primo grado presieduto da Giordano si concluse con 19 ergastoli e condanne a 2.665 anni di reclusione. A tutt’oggi, il maxiprocesso di Palermo (termine forse coniato per la prima volta dai giornalisti) è il più grande e più numeroso processo mai intentato al mondo.

Giordano non avrebbe dovuto presiedere quel maxiprocesso. Prima di lui ben dieci magistrati rifiutarono. Troppo grandi i rischi collegati, enorme l’onere di lavoro che attendeva i giudici che vi avrebbero lavorato per ben 22 mesi. Lui, che era stato nominato in Corte d’Assise da pochi mesi, venne consultato per ultimo e accettò.

E non fu un lavoro facile il suo e quello dei suoi colleghi: i banchi degli imputati erano rumorosi e spesso si assisteva a vibrate proteste, a velate minacce, a irrisioni, a insinuazioni. Uno dei momenti clou fu l’ormai celebre confronto tra Tommaso Buscetta e Pippo Calò.

Le dichiarazioni di Buscetta, che aveva accettato di collaborare con Falcone e che rivelò elementi importanti per la ricostruzione dell’organigramma di Cosa Nostra, fino allora quasi sconosciuto, furono tra i momenti salienti. Storico il suo confronto con Pippo Calò, che inflisse un duro colpo alle posizioni dei mafiosi presenti in aula, che cercavano di sposare una tesi innocentista, addirittura di assoluta estraneità rispetto ai fatti contestati, talvolta persino palesando una sostenuta ingenuità.

Frasi sibilline, minacce velate. Celebre anche quella dell’allora capo di Cosa Nostra, Michele Greco, detto “Il Papa”. Con fare mellifluo e voce ferma e apparentemente cortese, Greco, parlando in aula, disse: “Signor presidente, io vi auguro la Pace”.

Un brivido corse sulla schiena dei presenti, ma Giordano non cadde nella trappola e proseguì senza raccogliere la provocazione che vestiva anche i toni della minaccia. Condusse così tutto il processo, come se fosse un processo qualsiasi, senza mai alzare i toni, ma rispondendo con fermezza, talvolta dialogando autorevolmente con gli imputati che, a poco a poco, impararono a conoscere e rispettare quel magistrato e fecero cadere molti dei loro atteggiamenti scomposti. L’autorevolezza di Giordano si impose. Dopo lo storico confronto tra Buscetta e Calò molti ritirarono la richiesta di un confronto con quest’ultimo.

Giordano concluse poi la sua carriera in magistratura come presidente onorario aggiunto della Cassazione. Successivamente, ricevette anche il titolo di Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana.

In questi anni è stato lontano dalla ribalta ed ha concesso poche interviste. Ma del maxiprocesso diceva sempre: «Ho fatto solo il mio dovere».

Oggi lo ricorda, con una dichiarazione a Repubblica, Pietro Grasso, giudice a latere di quel processo: «Ho condiviso con lui tre anni di lavoro, di impegno e di sacrificio. Accettò l’incarico con coraggio, e seppe governare l’aula bunker nonostante le insidie, le difficoltà e tanti momenti di tensione».

 

 

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