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Italia > Società

Morte di Paola Gaglione, Don Patriciello, «prima la persona umana»

di Aurelio Molè

- Fonte: Città Nuova

Le sue parole al funerale di Paola Gaglione morta, cadendo dallo scooter, investita dal fratello, sul quale viaggiava con Ciro, il giovane trans del quale era innamorata

Maurizio Patriciello

Di bare bianche ne ha viste a decine. Non sono estranei, sono i suoi parrocchiani che ha battezzato, visto crescere, sposato. Paola, 18 anni il 12 luglio scorso, don Maurizio Patriciello l’aveva battezzata come il suo compagno Ciro. Michele, il fratello, lo aveva sposato 2 anni fa.

Una vita condivisa in una enclave, il Parco Verde di Caivano, con 6 mila abitanti, la maggior parte famiglie oneste, ma abbandonate al loro destino. Senza Stato, senza contrasto efficace ad una delle piazze di spaccio di droga più importanti d’Italia. Droga come ufficio di collocamento per l’unico lavoro possibile. E lo Stato lo sa che senza spaccio nessuno saprebbe come vivere. Bisogna andarci al Parco Verde per capire, vedere con i propri occhi, perché non sembra possibile che anche questa sia l’Italia, che posiamo trascorrere la nostra quotidianità ignari che una parte del Paese sia ammalata di cancro e nessuno intervenga per curare, prevenire, sanare. Inquinate le persone, inquinata la terra che continua con i suoi fuochi e fumi appiccati illegalmente a intossicare uomini e natura.

«Non è possibile – hanno più volte ripetuto i genitori di Paola e Michele – che un fratello abbia voluto uccidere la sorella»

Gli inquirenti chiariranno se si sia trattato di un omicidio preterintenzionale o volontario, ma, per chi lo conosce appare più un gesto di reazione, di violenza bruta, figlio di una subcultura diffusa, per una sorella, appena 18 enne, che aveva deciso di andare a convivere con Ciro, senza una casa, senza un lavoro, abbandonando la scuola di estetista. Una mentalità maschilista, volta a far pagare, spaventare, minacciare per essere stati privati della sorella che appartiene solo alla famiglia, che non può essere libera di tracciare il proprio destino, andando a convivere con un trans.

Nella sua bellissima omelia di ieri don Maurizio Patriciello ha ricordato come sia troppo grande il dolore «suscitato dalla tua morte, Paola, per poterci illudere di lenirlo con le parole degli uomini». «Perché anche le parole più belle rimarrebbero troppo piccole per tentare di colmare il baratro immenso lasciato da un dolore così grande». Si appella allora al Vangelo, alle uniche parole che non passano. Le uniche che interessano a don Maurizio, il suo costante punto di riferimento per cambiare la realtà, far evaporare l’odio, sanare le ferite, dare una chance alla speranza.

«Ricordaci, ti prego, – è la sua preghiera – che l’uomo, ogni uomo, è terreno sacro davanti al quale inginocchiarci. Ricordaci che prima dell’orientamento sessuale, del colore della pelle, del conto in banca, viene la persona umana, creata a tua immagine e somiglianza».

Invita ad entrare in una nuova dimensione del tempo, della vita, della realtà, dello spazio perché «davanti a Dio non esiste il regno dei vivi e il regno dei morti, esiste solo il regno di Dio. (…) Da quando abbiamo iniziato a vivere – invisibili puntini – nel grembo delle nostre mamme, ci siamo trasformati migliaia di volte. L’ultima grande trasformazione è la morte. La morte. Per alcuni è il buco nero che risucchia e annulla ogni cosa. Dopo la morte, il niente. Per altri, e noi tra questi, è il trampolino che ci spinge più in alto».

Una rinascita che si attende anche per il Parco Verde di Caivano.

 

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