Morire d’inedia e denutrizione

Polarizzati sulle tragedie delle carrette del mare, ci si è dimenticati dei campi profughi della Somalia. Un milione a rischio di morte.  
Bambino somalo
Compresso fra l’Eritrea, l’Etiopia e la Somalia, questo lembo estremo dell’Africa Orientale dalla forma di un corno ha sempre ed esclusivamente avuto un valore strategico, posto com’è a guardia del passaggio fra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. E dunque, a dispetto della sua totale aridità, fu sempre ambito dalle potenze coloniali. Qui visse la sua allucinata agonia Rimbaud, divorato dalla cancrena e ostinato a finire i suoi giorni in questo inferno di pietre, che ha sempre ospitato nomadi transumanti.

 

Sono costoro che sfidano da millenni il deserto con i loro poverissimi armenti. Ora, l’ultimo assalto della siccità li ha persuasi ad accodarsi alle carovane che dalla Somalia, attraverso l’Eritrea, il Sudan e la Libia, cercano di raggiungere le sponde del Mediterraneo. Ma qui la loro avventura si innesta con quella di altri popoli che, per ragioni diverse – ultime le rivolte arabe contro le dittature nordafricane – hanno trovato sulle rotte del Mediterraneo verso l’Italia, la salvezza o la morte.

A questo tremendo epilogo che li accomuna a tanti altri popoli centrafricani si aggiunge il dramma di dodici milioni di persone stipate da anni nei campi profughi dell’Africa Orientale, che rischiano di morire d’inedia e per pandemie.

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