Morire di fame a Roma

È assurdo eppure è successo. Ieri due persone sono state trovate prive di vita in zone popolose della Capitale
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Al peggio non c'è mai fine! Si può morire di fame, nel 2014, in una città come Roma? Evidentemente sì. Ieri mattina, al risveglio la sorpresa si fa sostanza, con lanci di agenzia e poi articoli a far sapere che due uomini, prima che clochard, sono stati trovati senza vita, uno in una roulotte e l’altro in un’auto, in zone ad alta densità abitativa come San Giovanni e Prenestino. Qualcuno, dimostrando sensibilità, ha avvisato la Polizia non avendo incontrato nel circondario una delle due persone. Un tocco di umanità in questo pesante vuoto.

E dire che il papa, strenuo difensore dei poveri e forse voce che grida nel deserto, lo aveva quasi profetizzato: «Roma è una città di una bellezza unica. Il suo patrimonio spirituale e culturale è straordinario. Eppure, anche a Roma ci sono tante persone segnate da miserie materiali e morali, persone povere, infelici, sofferenti, che interpellano la coscienza di ogni cittadino». Certo, ciò che aggiunge populismo all’onnipresente populismo è dire che il divario tra politica e società reale, quella che si è materializzata drammaticamente ieri nella Capitale, è sempre più una voragine. Ma del resto il pontefice non è così generalista. Lui parla di coscienza di ogni cittadino e quindi credo che sia assolutamente inutile puntare il dito sugli altri. C’è sicuramente di mezzo la crisi e ognuno sa come si trova a vivere, ma morire in questo modo non giustifica niente e nessuno.

E non si può neppure dire che la situazione non sia nota. Il commissario dell’Unione europea al lavoro, Lazlo Andor, ha dichiarato recentemente che «in Italia non cresce solo la disoccupazione ma anche la povertà».

E forse oltre quella materiale, che è molto evidente, tentiamo di celare, perché in qualche modo ne proviamo vergogna, anche una povertà d’animo che genera mostruosità varie (come non dimenticare il bambino di tre anni bruciato in Calabria?).

Cosa occorre fare? Gioco forza, torna alla mente ancora il papa che ha recentemente invitato tutti a “globalizzare” la fraternità e, citando Benedetto XVI, mette in guardia da alcune “anomalie” come il fatto che «la globalizzazione ci rende vicini, ma non ci rende fratelli» (Caritas in veritate).

Questa mancanza di fraternità porta a sperequazioni, ingiustizie, violenze, guerre. Non basta. La cultura dell’individualismo, dell’egocentrismo e del consumismo materialistico porta a un disinteresse per la fraternità e la solidarietà.

Da qui il monito a non ridurre l’uomo a merce, prodotto di consumo e di scarto. Nella modernità liquida (cf, Bauman) il consumo è diventato legge. Per papa Francesco la medicina per guarire è la fraternità. Già Paolo VI  nella Populorum Progressio diceva l’obbligo di favorire la fraternità per un triplice dovere: di solidarietà, di giustizia sociale e di carità universale. L’assenza di tali prerogative è causa di povertà, di rapporti sterili, deboli e "liquidi" e favorisce l’avidità.

Fraternità, solidarietà, dono possono, per papa Bergoglio, umanizzare economia e finanza rendendole umane e giuste. Ma occorre, sia la fraternità che la solidarietà, scoprirle, amarle, sperimentarle, annunciarle e testimoniarle.

I compiti a casa per evitare altri lanci di agenzia come quelli di ieri sono tanti e occorre applicarsi. Al lavoro dunque!

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