Moria dopo le fiamme. Daniela Pompei, Sant’Egidio: “Situazione drammatica”

L'incendio divampato lo scorso 9 settembre ha distrutto il campo profughi greco, esasperando una situazione già al limite della sopravvivenza. Abbiamo intervistato la responsabile per l'assistenza ai migranti della Comunità da poco tornata da Lesbo
Donna fugge dall'incendio di Moria (Petros Giannakouris/AP)

Tra i ruderi di vecchie case da campo arse dal fuoco, si muovono bambini disorientati con il volto ancora sporco di cenere. Il fumo sale, nonostante gran parte delle fiamme siano state spente dai canadair. In un posto in cui i diritti umani vengono calpestati quotidianamente, Moria sull’isola greca di Lesbo, la situazione sembra essersi esasperata ancora di più, dopo che lo scorso 9 settembre un incendio ha distrutto il campo profughi, lasciando 13 mila persone senza una casa o un rifugio di fortuna. Il poco che avevano è andato distrutto, incenerito. Abbiamo sentito Daniela Pompei, responsabile per i servizi ai migranti della comunità di Sant’Egidio, appena tornata dalla Grecia, dove ha trascorso un’estate insieme a un gruppo di volontari internazionali del movimento di ispirazione cattolicoa per stare vicino a queste persone sull’orlo della disperazione. Risponde dall’Italia ma il suo pensiero è sempre rivolto all’altra penisola del Mediterraneo dove è sempre in contatto con migranti conosciuti lì, ormai amici, che la tengono costantemente informata.

Com’è la situazione a Moria in questo momento?
Drammatica. La maggior parte delle persone dorme per terra, senza neanche una copertura. I più fortunati sono riusciti a mettersi sotto un albero. Mi hanno mandato foto di bambini che dormivano in un cassonetto disastrato. Sono veramente in apprensione. Adesso il governo greco sta costruendo un campo militare d’emergenza. Si è sviluppata una forma di autogestione: alcuni ospiti del campo cucinano per tutti gli altri. I profughi con fragilità che hanno ricevuto una casa nel più grande centro abitato dell’isola, Mitilene, hanno aperto le loro porte ai compagni di viaggio per ospitarne quanti più possibile: un grande gesto di solidarietà tra persone che non hanno niente.

Daniela Pompei (a destra)
Daniela Pompei (a destra)

L’origine dell’incendio è dolosa, ma si è capito chi è stato?
La causa è oscura. Le autorità greche dicono che siano stati i migranti, anche per questo non vogliono che siano fatti ricollocamenti: non si vuole assecondare la protesta. Io in realtà ho visto appiccare incendi sia ai profughi sia ai cittadini, sempre a scopo dimostrativo. C’è anche da dire che i migranti erano esasperati dal lockdown. Anche se in Grecia era già terminato, a Moria si poteva uscire solo per consegnare o ritirare dei documenti o per le visite mediche: non si poteva neanche andare a fare la spesa. Tutto questo ha creato un clima di pesantezza, che si è esasperato nel momento in cui sono stati individuati dei migranti positivi al Virus.

E l’Europa cosa fa?
Germania e Francia si sono impegnate ad accogliere 400 minori non accompagnati di Lesbo, ma sull’isola ce ne sono altri 1.200. Servono soluzioni di lungo periodo. L’appello che che la Comunità vuole fare ai paesi dell’Europa settentrionale è di aiutare il più possibili gli stati frontalieri del Sud che subiscono una grande pressione e non riescono a gestire questa situazione da soli.

Il governo del presidente Mītsotakīs non giova alla causa migratoria
Vero. I greci sono storicamente sempre stati accoglienti con i profughi, ma ormai c’è un movimento abbastanza costruito di persone che parlano male di loro e non si vuole evidenziare che la maggior parte di queste persone scappa dalla guerra. Il governo non ha alcuna intenzione di fare politiche attive per la questione migratoria.

Migranti dormono per terra (Petros Giannakouris/AP)
Migranti dormono per terra (Petros Giannakouris/AP)

Com’era la condizione di vita prima dell’incendio?
Era già insostenibile. Una situazione di sovraffollamento fuori controllo. Se il campo ufficiale ha una capienza di 4 mila persone, a gennaio ce ne erano 22 mila. Adesso siamo a 13 mila, ma sono comunque tante. Ci sono pochissimi sanitari, l’acqua scarseggia, le condizioni sanitarie sono a dir poco pessime. Sono persone che si trovano intrappolate nell’isola senza alcuna prospettiva o senso di speranza. C’è una forma di depressione collettiva, patita soprattutto dai bambini, che sono davvero tanti, tra minori non accompagnati e chi è in viaggio con la propria famiglia. Uno scoramento generale che si è amplificato dopo alcune leggi del governo che hanno ridotto le possibilità di ottenere l’asilo politico. Negano la protezione umanitaria senza neanche fare l’intervista: le risposte negative sono aumentate esponenzialmente. A gennaio di quest’anno, come se non bastasse, è stata tolta la possibilità di usufruire dell’assistenza sanitaria.

E il rapporto con gli isolani?
Gli abitanti di Lesbo sono stati per primi profughi: sono arrivati sull’isola dalla Turchia dopo il famoso incendio di Smirne del 1922. Inizialmente questo ha giovato all’accoglienza, ma la pressione poi è stata talmente forte che la tensione sociale ha cominciato a farsi sentire. C’è rabbia nei confronti del governo centrale che si disinteressa della situazione e stipa tutti i migranti lì senza fare alcuno spostamento. In questi giorni le strade sono state bloccate perché il governo non vuole che i migranti vadano in città: la situazione è delicata in questo momento e si vogliono evitare casi di disordine pubblico. Gli ospiti del campo in realtà sono una ricchezza per l’economia dell’isola: intorno a loro girano cifre considerevoli. Solo come volontari di Sant’Egidio quest’estate eravamo 150 e abbiamo riempito un albergo, altrimenti vuoto, come molti in Italia. Abbiamo comprato da mangiare sull’isola: solo l’anno scorso abbiamo speso 150 mila euro.  I migranti stessi spendono sull’isola, con i pocket money  forniti dall’Unione europea. Si è calcolato che con questo sussidio ogni mese ci sono 3 milioni di euro che vengono spesi nei negozi degli isolani. A Lampedusa in Sicilia è stato fatto un nuovo aeroporto dopo la crisi migratoria, così a Lesbo, dove sono state rifatte anche tutte le strade. Loro vivono ai limiti della sopravvivenza, ma c’è chi con i migranti ci guadagna.

Com’è stata l’esperienza di volontariato estiva di Sant’Egidio?
Positiva. La Comunità va a Lesbo tutte le estati dopo che papa Francesco nel 2016 era andato in visita sull’isola. Il pontefice è sempre stato molto attento alle condizioni di vita di quelle persone. Devo dire la verità: ogni anno la situazione è peggiore rispetto all’anno precedente. Quest’estate abbiamo aperto il ristorante dell’amicizia, dove davamo da mangiare a più di mille persone ogni giorno. I bambini lì non fanno nulla tutto il giorno e hanno una grande sete di imparare: noi proponevamo loro dei giochi e loro chiedevano solo un quaderno e una penna. Abbiamo cercato di farli evadere dall’ambiente in cui vivono con gite nei più bei luoghi dell’isola. Tra i volontari c’erano famiglie, persone di tutte le età e di diverse le nazionalità. L’internazionalità è importante, in modo che si sparga il verbo di quello che succede lì in tutti i paesi d’Europa e del mondo.

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