Il mondo immenso di Fernando Botero

Il pittore colombiano di Medellìn è scomparso a 91 anni. Autore di forme dai volumi ampi, non era amato dai critici. Era una figura originale di pittore, scultore, illustratore
Botero
AP Photo/William Fernando Martinez, File

Ad alcuni non piaceva. Non piacevano le figure extralarge, uomini e donne in carne, magari sfrontatamente messi in primo piano a guardarci. Quasi con un’aria di sfida, sorniona anche, a prendere in giro la moda del fisico perfetto, scolpito ed elegante, così occidentale ed europea. Tutta salute, avrebbero detto nel passato, quando “grasso è bello” (si vedano le Veneri di Tiziano o di Rubens…). Ma qui le facce impassibili, tranquille o sotto sotto irridenti o scherzose o ironiche stanno in posa. È l’arte di Fernando Botero, 91 anni compiuti da poco, scomparso nel Principato di Monaco. Partito povero, diventato ricco e famoso. Legatissimo alla Colombia, ma pure all’Italia da cui la famiglia era originaria.

Botero rivisitava a modo suo i grandi maestri. Masolino e il suo Peccato originale nella Cappella Brancacci a Firenze erano per lui due nudi giganteschi l’uno di fronte all’altro o i ritratti dei Duchi di Urbino di Piero della Francesca diventavano icone fuori misura, enormi profili stagliati contro un cielo plumbeo: non perdono né la durezza, il Duca, né la freddezza, la Duchessa. Oppure, l’Infanta Margherita di Velàzquez. O addirittura la Fornarina di Raffaello o la Gioconda: donne ampie, non solo nelle vesti, di forme e colori splendenti, forti. Botero infatti amava la vita e la vita gli rispondeva presentandosi fra pennellate larghe e calde. Sembra di essere sempre sotto un sole torrido nella sua arte.

Anche nelle “nature morte”: i tavoli con arance o fiori o meloni brillano con una luminosità accecante. Botero coltivava tutti i generi della pittura. Quello religioso, ad esempio di stampo popolare, per nulla europeo: feste di colori, clima favolistico, e contemplazione naturale del divino in forme semplici e spontanee. Si va da Nostra Signora di Colombia in rosso e oro (ma che piange… e qui il discorso sociale si farebbe lungo), al Crocifisso morto come un campesino abbandonato; dal Seminario con i pretini (o pretoni) dagli occhi innocenti e sbalorditi al Nunzio in viola tra le palme. Fino al Cardinale dormiente (2004), bellissima scena rossa che “tocca il surreale ma non l’oltrepassa”, come dice Botero. E fino alla Via Crucis del 2010-2011, così dolente in modo latino-americano, ossia impulsivo.

Ma Botero non sarebbe lui se non si interessasse di politica, vista con l’anima del popolo, con l’attaccamento feroce alla propria terra. Sfilano i ritratti del potere: l’Ambasciatore inglese latteo e biondo, il Presidente con la sigaretta in mano, ancora il Presidente ed i ministri. Una ironia sorridente e non cattiva, come i ritratti dei reali di Goya, ma efficace. Castiga sorridendo i cattivi costumi della politica.

Ed infine la vita sudamericana. Le Sorelle in piedi come in una foto antica, tra il gatto e il cane di casa; le Signore del Club di giardinaggio, la Vedova col gatto rosso e i ragazzini ribelli, la Strada del paese e la sua gente umile e indaffarata. Sino alla Fine della Festa (2006) dove si è cantato, amoreggiato e si è dolcemente stanchi e felici.

Botero
AP Photo/Silvia Izquierdo

Che mondo, questo di Botero. Colorato, dinamico, solido. C’è nella sua arte una abbagliante voglia di vivere, di stare al mondo. E lui lo guarda questo mondo, divertendosi, scherzando, soffrendo anche. Sempre curioso, affascinato dall’essere ancora qui. Ed è qui nelle rassegne che continuano a venire celebrate e nei seguaci di una arte che miscela in modo anche provocatorio, Giotto e Nicola Pisano, la semplicità, la fede e perché no?, il grottesco. Moderno, quanto mai.

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