Il mondo capovolto nel saluto a Sassoli

Un funerale di stato alla presenza dei vertici della Ue che si è trasformato nella testimonianza corale di una vita giusta. «David era un uomo di parte, ma di tutti, perché la sua parte era quella della persona»
Funerali Sassoli Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

La Roma in cui è cresciuto lo ha salutato con una giornata di splendido sole invernale. Il funerale di David Sassoli è stato un tempo sospeso per chi lo ha vissuto in diretta, dentro la chiesa di piazza Esedra riservata un tempo alle cerimonie dei sovrani e oggi piena dei rappresentanti della politica. Dai vertici europei Ursula von der Leyen e Charles Michel a Mattarella, Draghi, ministri e rappresentanti delle istituzioni. Ma la stessa intensità si poteva avvertire anche fuori, tra le persone in silenzio davanti al maxischermo allestito nel giardino che costeggia le antiche mura delle Terme di Diocleziano.

Il gesuita padre Francesco Occhetta ha introdotto la messa rivolgendosi direttamente al presidente del parlamento europeo come ad una persona viva riconoscendo, nel cordoglio unanime per la sua scomparsa, un tratto riservato ad un antico re che esprime naturalmente un popolo intero.

Una regalità che si spoglia delle insegne del potere a favore di una povertà che arricchisce gli altri. C’è un mistero in questa morte oltre al dolore del distacco e si è avvertito durante una lunga assemblea liturgica che ha preso i tempi e i modi di una comunità che si ritrova assieme per raccontare una grande storia di amicizia e di fede.

Con gli scout sull’altare nelle loro divise e il fazzoletto di appartenenza, come quello che un giovanissimo Sassoli, ritratto in una foto che circola sui social, consegnò a Giovanni Paolo II. Un racconto collettivo di quella particolare generazione di giovani cattolici democratici cresciuti nel quartiere Prati in anni difficili e fecondi con un patrimonio di ideali forti che Paolo Giuntella, amico e collega di Sassoli, ha consegnato nel suo libro “Il fiore rosso” prima di scomparire anch’egli nel pieno delle forze. Ci permette di capire quel tipo umano la testimonianza offerta da Giovanni Bachelet a Luca Liverani su Avvenire quando racconta anche della notte passata in questura per aver volantinato contro il regime militare argentino.

Un fuoco ardente che lo ha portato, anche concretamente, come sottolineato nel racconto di amici, parenti e colleghi, ad aprire le porte dei palazzi del parlamento europeo per dare ospitalità a chi non aveva riparo in questo tempo di pandemia. Come un pezzo della Firenze di La Pira, che tanto ha amato, ricreato dentro le mura di ciò che appare spesso come il tempio di una tecnocrazia arida.

Non è stato presentato come un eroe impavido Sassoli, ma semplicemente come un essere umano che non invocava la guarigione ma il coraggio per affrontare il tempo che stava per finire mentre era convinto che aveva ancora tanto da fare. Il tutto narrato con naturalezza struggente da moglie, figli, parenti e amici.

Nell’omelia improntata sul passo evangelico delle beatitudini, Matteo Zuppi, compagno al liceo Virgilio di Roma e ora cardinale di Bologna dopo una vita trascorsa nelle periferie della capitale, ha detto che David «è stato beato anche nell’afflizione, durante la sua malattia che ha accolto con dignità, senza farla pesare, spendendosi fino alla fine, invitando tutti a guardare lontano, vivendo con la forza dei suoi ideali e dell’amore che tanto lo ha circondato e accompagnato».

«Io vorrei sapere se Cristo è davvero risorto» come dice il verso di una famosa poesia di David Maria Turoldo, il frate servita in onore del quale Sassoli ha preso il nome di battesimo. Pochi minuti dopo la partenza dell’ultima macchina blu dalla piazza, tra gli operai intenti a smontare le luci della ribalta televisiva, davanti a quella basilica ormai svuotata si può trovare la risposta alla domanda di Turoldo.

Nel tempo sospeso della mattina di sole a Roma si è respirato a pieni polmoni il senso di una vita “bella” di chi ha fatto un “buon cammino”, come è l’augurio degli scout, non per sé stesso ma per tutti. «David era un uomo di parte, ma di tutti, perché la sua parte era quella della persona», come ha detto Matteo Zuppi.

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