Mondi nuovi

Denuncia, speranza e bellezza nell’ultima edizione della storica Biennale d’arte di Venezia.
Mondi nuovi
“Fare mondi”. Con questo titolo la Biennale veneziana vuole guardare e ri-pensare il cosmo, quello esteriore e quello interiore. Più di novanta gli artisti che da tutto il mondo propongono visioni sempre diverse; non per questo isolate o incomunicabili, anzi, l’arte dell’uno spesso riecheggia o riflette in maniera contraria quella dell’altro.

 

La prima opera che ci accoglie all’Arsenale introduce subito in una dimensione diversa. Dalle accecanti luci della laguna l’occhio si abitua lentamente al buio e pian piano scorge lo spettacolo messo in scena da Lygia Pape: un intreccio di evanescenti fasci di luce dorata. Sottilissimi fili d’oro puro rivelano nuove e impensate traiettorie di luce mano a mano che ci muoviamo nello spazio. Una verità ci è sussurrata da quest’opera preziosa: ad ogni passo dobbiamo essere pronti a rivedere il disegno del tutto, a ricominciare, seguendo nel buio le sempre nuove prospettive della luce.

Poco più in là, ecco gli specchi che Michelangelo Pistoletto ha rotto in diretta durante l’inaugurazione. Anche qui è suggerito un cambiamento. Lo specchio che questo artista ha sempre visto come veicolo di relazione con lo spettatore è mandato in frantumi perché, a detta dello stesso autore, le relazioni si moltiplichino all’infinito come i riflessi delle schegge scomposte che ci stanno davanti. Una lettura che riecheggia forse nei giochi di specchi e di neon con cui il cileno Ivan Navarro riesce a moltiplicare le sue geometrie fatte di luce. Un’idea non del tutto originale: riprende infatti un’invenzione e una tecnica creata già nel 1972 dall’artista milanese Paolo Scirpa.

Floyer ingigantisce l’immagine di un bonsai grazie ad una proiezione; mano a mano che avanziamo le nostre ombre si collocano sotto la chioma dell’albero. Le proporzioni si invertono e le prospettive si capovolgono, conferendo importanza e valore a ciò che è più piccolo.

 

Nella storica sede dei Giardini una fra le opere più suggestive ci è offerta dai teatrini di Feldman che, simili a carillon posticci e muti, fanno ruotare giocattoli e carabattole. Sullo sfondo prende forma invece un’immagine potente, tutt’altro che innocua: le ombre degli oggetti si accavallano lente, ci vengono incontro: un pupazzo, una pistola, un fiore, uno scheletro… si stagliano in tutta la loro grandezza per poi perdersi nella spettrale giostra di ombre cinesi. La sfilata seducente e tremenda denuncia la gravità sottesa alla colorata leggerezza che troppo spesso muove i nostri giorni.

Prospettiva invertita anche per il padiglione della Russia. Esso accoglie lo spettatore con un brusio che cresce sino al frastuono di uno stadio. Sulle pareti, in penombra, le immagini monocrome di una folla eccitata accompagnano il crescendo sonoro fino a che, di colpo, tutto tace e per un istante una forte luce azzera completamente le figure davanti ai nostri occhi. Lo “scherzo visivo” è ottenuto semplicemente con inchiostro simpatico e luce di Wood, ma anche qui il colpo di scena ci obbliga a riflettere e a costatare quanto sia relativa l’apparenza.

 

Nello stesso padiglione le forme cave e trasparenti della Nike di Samotracia vengono irrorate da petrolio e sangue umano; una vittoria ancora tutta da conquistare. E le opere di denuncia su mondi malati da riconoscere e risanare proseguono, toccando spesso il tasto dell’ecologia, additando mondi verdi da salvaguardare: dagli ambienti in cui si offrono spazio, luce e cura alle piante – lacustri, da coltivazione e quant’altro – fino al bellissimo filmato di Shaun Gladwell, dove l’altissima qualità del video e del ralenty rendono poetico il motociclista nero che, su un paesaggio mozzafiato, si china a raccogliere i canguri senza vita sul ciglio della strada. 

Saraceno allestisce un ambiente con la cura e la dovizia di una vedova nera: i fili scuri attraverso i quali siamo invitati a camminare tessono sulle nostre teste forme simili a grandi cellule che si intersecano e si sdoppiano; mondi che si incontrano e che entrano l’uno nell’altro, un po’ come l’esperienza dei tanti che non resistono alla tentazione di infilare la testa all’interno di una delle cellule più basse, per guardare dall’interno la complessa trama di quest’altro mondo.

Yoko Ono viene celebrata in questa rassegna con il Leone d’oro alla carriera. I suoi leggeri fogli di carta ospitano lavori concettuali fatti di poche parole che però hanno tutto il loro peso: a titolo esemplificativo: «LAVORO DI PULITURA III. Cerca di non dire nulla di negativo su nessuno: a) per tre giorni; b) per quarantacinque giorni; c) per tre mesi. Vedi cosa accade alla tua vita. (Y.O. 1996)». È il tributo a tutta l’arte che, per quanto immateriale ed “aerea”, può aprire uno spiraglio su un mondo nuovo.

 

La Biennale di Venezia – 53a esposizione internazionale d’arte – Fare Mondi. Venezia, Giardini – Arsenale, fino al 22/11, catalogo Marsilio.

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