Molte le case, una la dimora

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Da ragazzo vivevo, si può dire, in tre case. Quella dove abitavano le sorelle di mio padre era un palazzone antico di almeno due secoli, che manifestava tutti i segni del tempo, specialmente nella tromba delle scale, di piperno tutto sbocconcellato, dove aleggiava un perenne tanfo di felini. Se anche un giovane com’ero allora io arrancava col fiatone su per queste scale, figurarsi gli inquilini più anziani… Inquilini? Per la verità, non ricordo di aver mai incontrato o visto altre persone. Sembrava un edificio disabitato. Una volta giunto all’ultimo piano, dove abitavano le zie, sulla porta d’ingresso faceva mostra di sé un curioso campanello che produceva un suono gracchiante come quando si gira un macinino da caffè, ma più acuto. Entravi, e ti trovavi in un appartamento che si sviluppava in lunghezza, e risentiva delle irregolarità del palazzo: tant’è che la stanza da pranzo, cucina e bagno erano ficcati a viva forza nell’angolo acuto dell’edificio, dando origine alle forme più strane: tutti ambienti che si aprivano davanti a chi varcava la soglia. Infilando invece una porta a destra, iniziava un susseguirsi di camere comunicanti, a dispetto di qualsiasi privacy. Prima fra tutte un salotto dalle cortine sempre chiuse che a stento lasciavano scorgere l’arredo di specchiere, ritratti di antenati e poltrone d’un rosso ormai scolorito: da qui si accedeva all’ambiente più misterioso di tutti, simile ad un bazar per la quantità di mobili e oggetti strani accumulati. In realtà era la camera da letto di zia Rosa, l’unica nubile delle tre sorelle, una creatura sottile e diafana. Di lei, ricordo che custodiva gelosamente libri romantici e avventurosi del tipo Storia di una capinera del Verga e qualche romanzo di Motta- Ciancimino. Nei giochi di noi nipoti, questa camera sopraelevata era un luogo ideale per nascondersi, a patto però di avere un certo coraggio. E altro ancora ne occorreva, imbattendosi – proprio all’inizio del citato corridoio – nel busto arcigno di un antenato in cima ad una specie di trespolo. Seguivano le camere di zia Olimpia, piccola, tondetta e con riccioli d’un biondo sbiadito, e di zia Lucia, la più giovane, nonché dei rispettivi consorti: zio Enzo, perennemente paludato in una vestaglia azzurra a fiorami, e zio Salvatore, i cui baffoni trovavo piuttosto pungenti quando mi baciava. Oltre ai viventi, aleggiava la memoria di zia Angelina, morta giovane per un cancro, che da una foto sul comò ti guardava con un malinconico sorriso, stringendosi al seno un mazzetto di fiori. La funerea dimora si animava solo in occasione di visite di altri parenti sposati, con figli più o meno della mia età. Allora era un vero divertimento scorrazzare per tutta la casa, i cui pavimenti – elastici perché su travature di legno – sembrano lì lì per cedere, considerata anche la decrepitezza dell’edificio: ciò che aggiungeva un elemento di brivido ai nostri giochi. Ma quella preferita era la casa dei miei nonni e zii materni, verso il centro città. Abbastanza ampia, adatta ad una famiglia con cinque figli, offriva molti più posti dove giocare e nascondersi: in aggiunta aveva l’attrattiva di un giardino piccolissimo ma fitto di alberelli, che a me sembrava una giungla salgariana. Era molto vivace e chiassosa: qualcuno da fuori avrebbe potuto credere che gli abitanti litigassero sempre tra loro. E invece era solo per l’abitudine di parlare tutti contemporaneamente facendo a chi più poteva sovrastare la voce degli altri. Questo risultava per me un grosso fastidio soprattutto quando – ospite lì per qualche giorno – venivo svegliato dal frastuono proveniente dalla cucina. E a proposito di queste ospitalità: le studiavo tutte per prolungarle, giungendo a far finta di ammalarmi… al che i miei genitori capivano l’antifona e qualche volta acconsentivano a farmi rimanere. Solo con gli anni mi sarei accorto che quella abitazione, cui ero così legato (anche i nonni erano molto affezionati a me in quanto ero il primo nipote), costituiva un mondo piuttosto chiuso, nel quale pochi erano ammessi. E c’era poi la mia casa, dove abitavo con i genitori e un fratello, in un rione popolare dell’Ina casa situato in periferia. Ma su questa non mi dilungo. Dico solo che, non so come mai, non avevamo amici, come se non si sentisse il bisogno di andare oltre la stretta cerchia della parentela. Riconosco però che tutte e tre le case offrivano abbastanza quel senso di calore, di famiglia, di protezione necessari ad ogni uomo. Come non essere grato per questi doni, che purtroppo mancano a tanti? Faccio un salto di anni, per ritrovarmi studente di liceo timido e introverso. Mio padre era morto da poco. Cercavo con crescente inquietudine un orientamento nella vita. Degli amici mi avevano indirizzato ad un certo appartamento a piazza Muzii, in un quartiere lontano, da me mai frequentato. Ci abitavano persone pressoché sconosciute: un approccio insolito per il tipo che ero. Ma ogni senso di disagio svanì appena mi trovai sul posto. Mi sarei aspettato un alloggio che sapesse di ufficio o di convivenza di studenti, sapendo che era abitato da soli uomini. Invece era moderno e accogliente, arredato con pochi elementi disposti però con gusto (ho ancora negli occhi il rosso di una parete nel soggiorno, certe poltroncine metalliche bianche, la lampada bassa che illuminava il tavolo della cucina…). Mancavano quei segni del tempo che normalmente si accumulano in una casa dove molte sono le vicende da ricordare, come foto di parenti, una profusione di soprammobili ecc. Lì no: come se l’unico tempo che valesse la pena vivere fosse il presente. Lo sguardo riposava su quella semplicità di arredi… e anche le orecchie, per la verità! Si parlava infatti senza gridare, senza sovrapporre le voci, ascoltando l’altro: cosa che per me costituiva un’assoluta novità. Proprio così: lì si potevano gustare anche pause di silenzio senza imbarazzo. Ma più notevole ancora era il clima di famiglia che si respirava tra quei quattro o cinque che lì abitavano, come ebbi modo di costatare ogni volta che ci mettevo piede… sempre più spesso a dire il vero. Altre persone la frequentavano: dallo studente come me al medico, al semplice operaio, senza distinzione di età o di condizione sociale. E tutti vi si trovavano a proprio agio, accolti. Ma non era solo un punto d’incontro per gente eterogenea; in quella casa erano sentiti come propri i problemi e le speranze dell’umanità e della chiesa. Lì l’unità, quella per la quale Gesù ha pregato, era la tensione costante di chi ci viveva, che diventava l’attrattiva anche di altri. Lì – come da un osservatorio privilegiato – imparavo ad affacciarmi oltre il mio orizzonte ristretto e a percepire, nell’indecifrabile groviglio di eventi, il respiro di un progetto divino che nonostante tutto li guidava. Lì, per la prima volta, realtà ostiche come l’unità fra i cristiani diventavano a me accessibili, vicine, e nel modo più semplice: come quando venni invitato a partecipare ad una catena di preghiere per il successo di un importante incontro ecumenico. Era il focolare. Una convivenza partecipando alla quale mi sentivo quasi al centro del mondo, perché più vicino al cuore di Dio. A renderla così affascinante era la presenza di Gesù stesso fra questi nuovi apostoli del suo amore. E persone speciali, realizzate, mi apparivano i suoi abitanti, perché avvolti da una luce che non faceva scorgere in loro né ombre, né difetti; e neppure supporre quelle purificazioni che non possono mancare in chi voglia mantenersi coerente al vangelo. In quella fraternità che superava i vincoli del sangue trovai il clima favorevole perché la mia personalità cominciasse a sgelarsi, manifestando un positivo che io neppure sapevo di possedere. Rendermi conto che nel momento presente potevo amare, essere anch’io un dono per gli altri, fu una scoperta che trasformò la mia esistenza, fin allora impostata sulle difensive, guidandola su percorsi impensati. Così il focolare diventò per me vera casa, e lo fu anche quando dovette traslocare a piazza Monte di Dio. Questa volta l’appartamento, in un palazzo settecentesco dal portone ancora più monumentale di quello delle mie zie paterne, richiedeva dei lavori di tinteggiatura, ed io mi offrii di collaborare. Non ero pratico di certi lavori, ma all’inesperienza sopperiva tanta buona volontà; senonché, una volta in cima ad una scala, quella scivolò sul pavimento lucido e caddi, per ritrovarmi poi con un braccio ingessato per quaranta giorni. E ciò quasi alla vigilia della mia partenza per un importante convegno dal quale mi aspettavo anche qualche chiarimento sul mio futuro. Quell’incidente fu per me come un segno: non è possibile costruire nulla di bello, di positivo per gli altri senza pagare un tributo di dolore. E l’armonia di quella casa, che ora sentivo veramente mia, il sorriso accogliente di chi la abitava, avevano una sola radice: l’amore a Gesù che col suo abbandono è stato artefice di unità con Dio e tra gli uomini. Da allora tanti anni sono trascorsi e vari focolari ho conosciuto. E, cosa singolare, sempre più avvertendo che si tratta di una casa da abitare, sì, con gratitudine, ma anche con il senso di provvisorietà proprio di chi sa che la vera dimora è un’altra. ,

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