Missione compiuta

Ma chi si vede! Il sig. Rossi!. Oh! il caro amico sig. Bianchi!. Che bello rivederla! Ma dove va così di fretta?. A prendere l’aereo; sa, vado in missione negli Stati Disuniti. Negli Stati Uniti vorrà dire. Macché, negli Stati Disuniti. È una piccola nazione – per fortuna – ed è ancora poco esplorata. Ma ha tutto in regola sa: le regioni, le province, la capitale… ma, mi scusi, devo proprio andare, altrimenti perdo l’aereo. Senta, ma lei mi ha proprio fatto venire la curiosità di saperne di più di questi Stati Disuniti. L’accompagno io all’aeroporto così, strada facendo, mi racconta qualcosa di più. Con piacere! Allora le dicevo che questa è proprio una nazione di rispetto. Io non avrò tempo di andare in giro dappertutto, ma mi sono documentato un po’. Al nord è delimitata da una frontiera naturale: la catena montuosa Fattigliaffarituoi, assolutamente invalicabile.Ad est c’è una muraglia che risale all’81 quando non c’era nessuno e che poi è rimasta lì come monumento storico nazionale, molto significativo. Ad ovest c’è il mare. Non sarebbe neanche un oceano ma, con un sotterfugio, le famose colonne d’Ercole vi si sono strapiantate di peso, così che nessuno può azzardarsi ad attraversarlo. Il sud non crea problemi perché, come dappertutto nel mondo, il deserto avanza e più oltre non si va. Quanto alla capitale, si chiama Disunitapoli. Le regioni, a motivo di un diffuso, convinto regionalismo, sono 0,333… e quindi continuano a suddividersi all’infinito. Interessantissimo! Peccato che siamo già arrivati. Non mi ha ancora detto quante ore di volo l’attendono. Caro sig. Bianchi, questo è un mistero. Tutti quelli che hanno fatto questo viaggio non lo sanno precisare. Dicono che ci si arrivi improvvisamente; più che di un atterraggio poi, sembra si tratti di una… di una discesa col paracadute. Basta un attimo e… giù a precipizio! La tecnica moderna, in fatto di velocità, non fa che perfezionarsi . Allora arrivederla! Devo andare al chek-in da quella parte. Ma carissimo: non e di là, è di qua. No, no! Mi ricordo bene che è di là; da quando in qua si sarebbe spostato qua?. Forse lei non ha notato il cartello all’entrata che…. Ma che cartello e cartello, vuole dirlo a me che vengo qui spessissimo?. E mentre il tono della voce si alzava, tanto per sottolineare ciascuno la propria convinzione, i due amici, ormai accomunati nella stessa avventura, si ritrovarono a continuare la loro discussione appesi ad un paracadute che, in quattro e quattrotto, li depositò nella piazza centrale di Disunitapoli. La piazza era gremita di gente, ma nessuno fece loro caso, perché arrivi di turisti in quello stile erano considerati del tutto normali. Il sig. Rossi era atterrato per primo, con un tonfo del fondo schiena, ma comunque tutto trionfante per essere arrivato proprio dove voleva. Il sig. Bianchi gli si era affiancato un secondo dopo, toccando il suolo con la punta delle scarpe, senza traumi, ma mogio mogio. Mi dispiace disse, tutto confuso, e porse la mano al sig. Rossi il quale, per risollevarsi, fu costretto ad accettarla. Guardandosi intorno con la coda dell’occhio, ambedue avvertirono una strana, spiacevole sensazione. Per rincuorarsi decisero di andare a prendere un caffè al bar, dove all’uno fu servito un caffè bollente da pelar la lingua, mentre l’altro dovette succhiarselo a cubetti, tanto era ghiacciato. Il sig. Rossi, che non aveva dimenticato di essere in viaggio di missione, ne prese nota. Uscirono poi sulla strada e prima di tutto notarono che il piano della città non prevedeva incroci, ma solo vie parallele che non s’incontravano mai. Il semaforo non passava mai per il giallo: o era sempre rosso o era sempre verde. Così c’erano code infinite d’auto bloccate e altre che continuavano a girare sfrecciando sotto il naso dei nostri due amici. C’erano autobus che non s’arrestavano a nessuna fermata e altri che non partivano mai dal capolinea. Provarono a fermare qualche passante per fare un’intervista; i primi erano insegnanti che tornavano da scuola dove, non avendo trovato gli studenti, avevano insegnato ai banchi; gli altri erano studenti che stavano andando a scuola quando i professori erano assenti, perciò nessuno imparava niente. Scusi, ma lei come si trova qui a Disunitapoli? chiesero ad un signore che camminava guardando dritto davanti a sé e che, senza voltarsi e continuando a camminare, aprì la bocca ma non disse nulla, lasciando anche loro a bocca aperta dallo stupore. Poi si avvicinarono a dei giovanotti seduti su un muretto Salve ragazzi, potreste indicarci dov’è la banca?. Ma quelli erano appiccicati lì e non potevano staccarsi per indicare la direzione. Cammin facendo, alla banca ci arrivarono per caso, ma furono informati che, le banche c’erano sì, ma senza banconote. A questo punto i nostri due professori si lasciarono cadere a sedere su una panchina. Terribile! disse il sig. Rossi battendo i denti dal freddo, poiché si era seduto sulla parte della panchina che era all’ombra. Terribile affermò il sig. Bianchi che, seduto sulla parte della panchina esposta al sole, gocciolava di sudore. Questo paese è proprio strano: impossibile incontrarsi, combinare qualcosa in armonia, trovare una via di mezzo. C’è tutto, eppure niente funziona… . Fatta questa conclusione, i due malcapitati decisero di tornare indietro in fretta per trovare una soluzione a quella drammatica situazione. Ma come fare a tornare indietro? chiese il sig. Bianchi. Non lo so rispose il sig. Rossi, floscio come un pallone sgonfiato. E continuò: E poi è colpa mia che l’ho trascinata con me in questo bel pasticcio. Ma no, sono io che le sono venuto dietro… rispose il sig. Bianchi. Ma sì!. Ma non ci pensi più!. E ripresero il cammino tenendosi a braccetto,un po’ per dimostrarsi con affetto il piacere dell’amicizia pienamente ritrovata, un po’ per farsi coraggio. E non si accorsero che, sospinti dalla foga delle scuse reciproche,già si trovavano dentro un ascensore che, risalendo rapidamente da quel baratro infernale, li depositò in un attimo nella città da dove erano partiti. Non persero tempo a far la loro parte per offrire una soluzione agli Stati Disuniti. Si misero a parlare, comunicandosi il loro pensiero; e uno completava l’idea dell’altro e con entusiasmo, giù a far progetti finché, guardandosi intorno, si dissero: Ma non sarà che un contributo a risolvere i problemi degli Stati Disuniti si possa trovare qui, nella nostra città?. Ma certo che è qui! Qui a Città Nuova! esclamarono entrambi. E subito il sig. Rossi sottoscrisse un abbonamento che inviò al sindaco di Disunitapoli. Il sig. Bianchi, da parte sua, ne offrì uno al preside della scuola che fece circolare la rivista fra professori e alunni. Il giornale ebbe un grande successo e la campagna abbonamenti quell’anno fu strepitosa. Vedrai – si dissero i due amici – quando queste idee attecchiranno nel cuore degli abitanti degli Stati Disuniti, tutto cambierà. E così fu, tanto che il nome del paese e della sua capitale furono presto cambiati per decisione unanime del consiglio dei ministri, dopo i risultati di un referendum popolare.

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