Misericordia senza condizioni

Si è fatto un gran parlare e – come troppo spesso capita – con approcci approssimativi, per non dire fuorvianti, e accenti stonati, per non dire impropri, attorno alla Lettera Misericordia et misera che papa Francesco ha scritto a conclusione del Giubileo della misericordia

Si è fatto un gran parlare e – come troppo spesso capita – con approcci approssimativi, per non dire fuorvianti, e accenti stonati, per non dire impropri, attorno alla Lettera Misericordia et misera che papa Francesco ha scritto a conclusione del Giubileo della misericordia.

Il dibattito (ancora una volta… tra sordi) s’è concentrato sulla facoltà che in essa Francesco riconosce a ogni sacerdote di amministrare il perdono a chi mostri sincero pentimento per aver procurato il peccato di aborto.

L’attenzione è stata polarizzata tutta lì, estrapolando questa disposizione dal contesto e dall’intenzione del messaggio complessivo della Lettera. La quale – ma chi l’ha notato? – per la prima volta a memoria d’uomo è indirizzata a tutti coloro che vorranno leggerla (non è bello questo?) ai quali Francesco si rivolge augurando “misericordia e pace”.

Ma leggiamole con attenzione, una volta tanto, le cose che ci son dette con fiducia e con amore!

Papa Francesco vuole infatti dire a tutti, a chiare lettere e in concreto, che se si chiude, con la fine del Giubileo, la “porta santa” che è stata aperta – anche qui per la prima volta a memoria d’uomo – non solo a San Pietro, non solo nelle cattedrali delle grandi metropoli, ma in ogni parte del mondo, iniziando da Bangui in Centrafrica, e poi nelle carceri, negli ospedali, nelle case di accoglienza… la porta della misericordia di Dio resta spalancata da sempre e per sempre. Questo insegna Gesù. E di questo ha da essere testimone la Chiesa.

E allora? E allora bisogna testimoniare con forza e chiarezza – e viverlo – che «nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia; essa rimane sempre un atto di gratuità del Padre celeste, un amore incondizionato e immeritato. Non possiamo, pertanto, correre il rischio di opporci alla piena libertà dell’amore con cui Dio entra nella vita di ogni persona».

Ho riportato per intero quest’affermazione di papa Francesco perché è la sintesi del messaggio che ci vuole trasmettere. E, forse, tanti di noi non hanno avuto il tempo o l’opportunità di leggerla scorrendo per intero la Lettera. E, senza forse, la comunicazione di massa non solo non ce l’ha riportata questa “bella notizia”, ma neppure l’ha colta.

Mentre il messaggio che queste parole comunicano è straordinario, fa sussultare il cuore, rovescia il pensiero, impone di cambiare il metro dei nostri giudizi e gli stili della nostra coesistenza.

Sì, perché queste parole ci dicono che Dio, il Dio di cui Gesù ci ha rivelato il volto e di cui ci ha squadernato le viscere di misericordia sino all’eccesso della croce, è libero – sempre dovunque in ogni caso – di amare e di perdonare. Chiunque. In qualunque situazione. Come papa Francesco ci mostra citando a iosa, nella Lettera, le pagine più belle del Vangelo di Gesù.

Vale dunque la pena di leggerla, questa Lettera che Francesco ci ha rivolto (w2. vatican.va), per intero, facendole lo spazio che merita tra le mille sollecitazioni che riempiono le nostre giornate.

Bisogna che questo raggio infuocato di luce penetri in noi e rischiari il nostro sguardo. Se questo, infatti, è il cuore di Dio verso di noi, verso di me, verso di te, verso ciascuno, chi sono io per giudicare, per condannare, per condizionare il perdono? L’amore, quello di Dio, è senza condizioni. E non siamo chiamati anche noi, perché “misericordiati” da Dio, a essere misericordiosi gli uni verso gli altri come lo è Lui? Se questo messaggio ferisce il nostro cuore davvero, tutto cambia.

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