Il mio paese di qua e di là dell’oceano

Vito Teti, un antropologo cresciuto nell’attesa del padre in un paese senza padri
L'antropologo Vito Teti. Foto: Facebook

Il paese “di qua” è San Nicola da Crissa, a 518 metri di altitudine sul versante tirrenico delle Serre vibonesi. Quello “di là” è Toronto in Canada, che nel secolo scorso registrò una massiccia immigrazione di calabresi provenienti da questo piccolo centro ormai in via di spopolamento (ironia della sorte: più diminuiscono gli abitanti, più aumentano i cinghiali, fattisi audaci al punto da passeggiare in pieno centro abitato!).

Divisi i due paesi dall’oceano, fa da tramite tra loro l’antropologo Vito Teti, autore di Terra inquieta, Il senso dei luoghi, Quel che resta, Nostalgia, La restanza e altri importanti testi sulle tradizioni, sulla mobilità delle comunità del Mezzogiorno e sulle trasformazioni dei luoghi, dei riti e dei legami parentali e umani.

In Homeland, edito da Rubbettino, Teti aggiunge un nuovo capitolo all’indagine antropologica su San Nicola da Crissa, il paese nativo dove tuttora risiede, ripercorrendo – nei suoi viaggi periodici a Toronto – le strade della “Little Italy” del suo “doppio” d’oltreoceano, tra i discendenti dei sannicolesi lì immigrati in cerca di fortuna tra gli anni ’50 e ’70 del Novecento come suo padre Stefano, partito quando il piccolo Vito era di appena diciotto mesi. Lo avrebbe conosciuto solo quando aveva otto anni, al suo ritorno dal Canada.

«Fu in una fotografia – racconta – che vidi per la prima volta il viso di mio padre. […] Avevo quattro o cinque anni. E mio padre aveva superato i quaranta. […] C’era qualcosa, allora, di misterioso e ineffabile in quel ritratto che mio padre aveva mandato a mia madre per rassicurarla della sua guarigione dopo una malattia. Il volto di mio padre era raffigurato su una carta lucida e patinata, come in un ricordino di defunti, in un’atmosfera rarefatta e inventata, di sospensione. Adesso che mio padre non c’è più e tento di decifrare il mio rapporto con lui, i miei stati d’animo, la mia lontananza, la mia apprensione, penso di averlo guadagnato alla fine di un lungo percorso, dopo averlo vissuto con una specie di imbarazzo e con una certa timidezza.

Guardo quella foto, sistemata a fianco di un’altra scattata da Salvatore Piermarini in cui io trentenne lo prendo sotto il braccio già ammalato e settantenne, e capisco come mi fossi specchiato e riconosciuto in quel volto fino al punto di dovermene negli anni successivi allontanare. Era bello, mio padre, con i suoi lineamenti delicati, con il suo sguardo penetrante e melanconico, con le sue labbra tagliate come un frutto di fico che sta maturando, con quel nodo di cravatta appiccicato a un colletto bianco di camicia, sotto un doppiopetto leggero con taschino ed occhiello. “Dovevi vedermi quando ero giovane”, ripeteva a mia sorella, “come andavo elegante e mi curavo”. A Costanza, mia sorella, e anche a me che ormai lo ricordavamo ammalato e sciupato, sembrava una frase pescata nel repertorio del suo delirio. Ma come sono veri i deliri degli anziani e come rinunciamo a decifrarli, anche quando li osserviamo amorevolmente».

Nel Canada, nuova terra promessa dei vari Vincenzo, Ciccio, Nicola, Teresina, Raffaele, Saro, Stefano, Salvatore, Graziano, Antonino… lo studioso raccoglie storie liete o di conflitti, registra speranze e sogni, cambiamenti e conquiste. Lì è accolto con tutti gli onori, come s’addice ad un rappresentante autorevole della propria terra d’origine. Ma non è da meno quando, d’estate, è lui a ricevere a San Nicola i “canadesi” di ritorno nelle “Little America” create lì col proprio lavoro, aggiungendo nuove case (non sempre portate a termine) alle tante  disabitate del centro storico.

Cresciuto in un paese senza padri, emigrati come il suo, Teti vive l’arduo ma affascinante compito di fare da collante tra comunità sorelle ma separate da una frattura che non è possibile ignorare. A dirlo è il titolo stesso del libro, Homeland, che significa “terra natia”, “patria”, ma era anche il nome della nave sulla quale il padre si era imbarcato per assicurare alla famiglia un pane di cui la Calabria era ormai troppo avara.

Tante le storie qui raccolte, raccontate anche dalle straordinarie, intense immagini in bianco e nero dello stesso Teti e dell’amico Salvatore Piermarini, un vero “artista dello sguardo” venuto a mancare nel 2019: più che un corredo al testo, parte integrante di questo diario intimo e allo stesso tempo corale.

Il commiato dello scrittore: «Certe volte, nel cuore della notte, quando penso ai mille luoghi che abito e che mi abitano, alle mie tante e incerte appartenenze, mi dico che in fondo, mi è stato assegnato il destino di raccogliere, fissare, raccontare, con la scrittura e con la fotografia, le schegge di un mondo che si è frantumato, di vivere, insieme ad altri, il lutto di una fine, di tante fini, di intercettare i segni di una vita che rinasce diversamente altrove».

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