Minority Report

Washington, 2054. Tre persone dotate di facoltà precognitive (chiamati precog) sono in grado di predire con assoluta certezza i futuri omicidi. Gli agenti del Dipartimento Precrimine sono così in grado di arrestare i colpevoli non per i crimini che hanno commesso, ma per quelli che avrebbero compiuto se non fossero stati fermati. Un sistema apparentemente perfetto che si basa, però, su due presupposti fondamentali: l’assoluta infallibilità dei precog e l’impossibilità di futuri alternativi (ovvero l’esistenza di una perfetta predestinazione). Ma il sistema entra in crisi quando il capo della squadra precrimine, in fuga dopo essere stato individuato dai precog come futuro killer, nel tentativo di scagionarsi, scopre che le premonizioni dei tre preveggenti non sempre coincidono tra loro e che quella discordante (il “Rapporto di minoranza” che dà il titolo al film) fa presupporre l’esistenza di futuri alternativi. Ciò comporterebbe l’ipotetica possibilità dei preconizzati colpevoli di decidere del loro futuro in maniera diversa da quanto previsto dai precog e quindi il crollo dell’intero sistema. Questa, in estrema sintesi, la complessa trama che Spielberg rielabora da un racconto di Philip K. Dick, mettendo in piedi uno dei migliori film di fantascienza degli ultimi anni. Un film vigoroso e potente, in perfetto equilibrio tra azione e riflessione, gesto e parola, immagine e pensiero che riesce a rappresentare una società lontana mezzo secolo dalla nostra e che tuttavia appare così vicina. Una contiguità che si gioca su vari livelli. Sul piano politico, rimandano direttamente all’attualità più stringente i temi del ricorso alla repressione preventiva (la punizione prima del crimine) e quello del prevalere delle esigenze di sicurezza sulla tutela dei diritti civili. Molto vicini a noi anche l’ossessione per le immagini, la totale perdita di privacy (catturata dai cartelloni pubblicitari attraverso la scansione della retina), l’assoluta prevalenza sociale dell’essere consumatore prima che persona. Sullo sfondo risaltano come sempre i classici temi della letteratura dickiana: le droghe come fuga da una verità incomprensibile, i futuri possibili, il tema-problema del libero arbitrio (scottante e non del tutto risolto nel film), la tecnologia come elemento perturbatore della realtà. I personaggi creati da Dick prendono vita, quindi, in uno scenario complesso e inquietante nella sua plausibilità e che per certi versi ricorda un altro bel film di genere, Gattaca. Qualche neo: un eccesso di argomenti fondamentali (fede, ragione, scienza) più sfiorati che colti, e un finale incomprensibilmente ridondante e prolisso. Regia di Steven Spielberg; con Tom Cruise, Max Von Sidow.

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