Millionaire la storia continua

Otto Oscar: Bollywood raggiunge Hollywood.

Che tutte quelle statuette d’oro avessero a che fare con gli slum di Mumbai è stato difficile crederlo. Eppure, prima o poi, doveva succedere. Bollywood è infatti l’industria cinematografica più prolifica al mondo, anche se fino ad oggi non era stata in grado di lanciare i suoi film nei circuiti che contano. Sono pellicole, che si fermano di solito alle sale cinematografiche indiane – un miliardo di spettatori – e a quelle dei Paesi del Golfo Persico dove gli indiani lavorano a migliaia. Arrivano anche in Sri Lanka, in Pakistan ed in Bangladesh.

Millionaire, diretto da Dunny Boylee, inglese, con l’assistenza dell’indiano Loveleen Tandon, prodotto fuori dell’India, anche se ovviamente girato a Mumbai e con tutti attori indiani, ha colpito nel segno. Ha sfondato sul mercato mondiale con una storia “tutta Bollywood”, di quelle che milioni di gente degli slum guarda nell’illusione di uscire da un destino crudele e da una vita impossibile. Il ragazzino che vince in un colpo solo una cifra spropositata crea reazioni incontrollate: il conduttore del quiz televisivo non ci crede e lo fa minacciare dalla polizia, che finisce per usare i metodi tipici del posto, tortura bella e buona. Ma mobilita anche tutta l’India che si ferma per quella domanda finale sui tre moschettieri, alla quale il ragazzo non sa rispondere. Tira ad indovinare e il destino gli regala la fortuna.

 

Il film, contrariamente a quanto qualcuno ha cercato di suggerire, è proprio stile Bollywood, dalla prima scena all’ultima. La storia non finisce col ragazzo che ritrova l’amica d’infanzia e la riscatta da un destino crudele, mentre il fratello muore per coprigli le spalle dalla spietata malavita locale. Bollywood, infatti, non è solo quello stampato sulle pellicole. Si recita ogni giorno per strada, sui treni di una metropoli lunga settanta chilometri, negli slum dove la gente combatte per una vita dignitosa e dove le storie sembrano inventate tanto sono incredibili.

 

Il vero Millionaire è cominciato al ritorno a casa dei protagonisti: un figlio picchiato, una bambina quasi venduta – così sembrava, ma era solo uno scoop – per una somma, anche quella spropositata. La madre vera, che torna a casa del padre e pianta una scenata, come quelle che si vedono tutti i giorni passando accanto alle baraccopoli o ai marciapiedi occupati da gente che può permettersi solo quel lembo di terra. E poi l’arresto del padre. Per accertamenti, ovviamente. La saga continua, fuori della celluloide: in diretta!

Questa è Bollywood perché questa è Bombay, la città della Hollywood dell’India, che non fa altro che mettere sullo schermo la vita vissuta sulla strada e i sogni ad occhi aperti di milioni di persone. Era successo vent’anni fa con Mira Nair, che aveva conquistato il mondo del cinema con il suo Salam Bombay. La Nair, però, non era arrivata alla satuetta d’oro, si era fermata ad un successo inatteso a Cannes. Eppure era già una storia che aveva dell’incredibile: attori bambini presi dalla strada e poi la folla di ogni giorno a farla da protagonista. Una storia come tante, vera, reale anzi realissima. Ma la Nair, indiana trapiantata negli Usa, aveva saputo condire Bollywood con un po’ di ingredienti capaci di toccare le corde dell’Occidente. Vedere il film a Roma e vederlo a Mumbai era come vedere due film diversi: le reazioni della sala non potevano essere le stesse.

 

Millionaire, invece, è proprio il prodotto che pare uscito dagli studi di Goregaon, a Film City. Per capire che c’è qualcosa di diverso bisogna andare a vedere il nome del regista e del produttore. Ma soprattutto sono le storie che abbiamo letto sui giornali di queste settimane ad aver fatto del film una vera saga del posto. Si può davvero dire che Bollywood ha conquistato Hollywood.

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