Migranti con cappello di paglia e occhiali da sole

Un nuovo tipo di ondate migratorie. Attraversano il mare con barche comprate dai migranti in cerca di una vita migliore. Alcuni fuggono dai centri di accoglienza e due persone sarebbero state uccise in Libia.

C’è qualcosa di strano nelle nuove ondate migratorie di questi giorni. Qualcuno indossa il cappello di paglia ed ha il trolley ed un barboncino al seguito. Uno degli ultimi sbarchi, a Lampedusa, è quello di 11 migranti, arrivati dalla Tunisia. Stavolta, pare, gli immigrati non sono partiti dalla Libia, dopo i mesi trascorsi tra le torture e le sevizie dei campi di detenzione, ma direttamente dalle coste della Tunisia, peraltro più vicine alla Sicilia.

Colpisce la mise, non certo usuale: il cappello di paglia di una donna, i bermuda di un’altra persona, il vestitino non certo sciupato, gli occhiali da sole, i trolley. Non era mai accaduto prima. Gli undici hanno confermato di aver acquistato la barca tutti insieme con l’obiettivo di arrivare in Sicilia. Qualcuno era già stato in Italia ed ha deciso di tornarci. È un tipo di migrazione certamente diversa e qualcuno, già nei giorni precedenti, aveva segnalato. Chi arriva in questi giorni talvolta ha solo deciso di venire in Italia per cercare soluzioni di vita migliori, utilizzando un canale di trasbordo che, in questi giorni, sembra essere più efficace. E non è raro il timore che tra questi si trovino anche delle persone che hanno avuto qualche guaio con la giustizia.

Il fenomeno di questi giorni sta portando in Italia persone diverse rispetto a quanto accaduto in passato e probabilmente con rischi maggiori. Rischi non certo e non solo sanitari: perché se è vero che qualche infetto tra i migranti c’è stato, ben maggiori sono i rischi di contagi con altro tipi di approdi nel nostro Paese.

Poi c’è il problema dei numeri e della gestione che presenta mille falle. I migranti vengono destinati alla tensostruttura di Porto Empedocle, al centro di Pian del lago, di Caltanissetta, vengono smistati in alcuni alberghi della zona.

I centri di accoglienza scoppiano e due sindaci, Ida Carmina di Porto Empedocle e Roberto Gambino, di Caltanissetta, hanno lanciato continui appelli per la sicurezza. Gambino ha scritto una lettera appello alla ministra degli Interni, Luciana Lamorgese.

E qualcuno fugge. Ne sono fuggiti 184 da Pian del Lago, 130 da Porto Empedocle. Altre fughe si sono registrate nel ragusano, dal centro “Don Pietro” di Comiso/Ragusa. Buona parte sono stati rintracciati e riportati nei  centri, altri vagano ancora nel territorio. «Non ci sono le protezioni adeguate» ha detto, a più riprese, Roberto Gambino. E Ida Carmina aggiunge: «La situazione è difficilissima, i miei concittadini sono spaventati: li avvistano, li vedono fuggire o vagare nei pressi delle abitazioni, temono per se e per i propri cari. Ricevo continui messaggi di richieste, di paura, talvolta di minacce. Noi sindaci siamo l’avamposto dello Stato nei territori. Se la gente ha un problema, individua noi come responsabili. Invece, nelle scelte operate dallo Stato i sindaci non vengono coinvolti». Anche Ida Carmina ha chiesto l’intervento di Lamorgese. Lamenta anche i continui trasbordi dei migranti da Lampedusa a Porto Empedocle, dove poi, se necessario, vengono trasferiti nella nave al largo per la quarantena. «Sarebbe più logico che la quarantena si svolgesse nelle navi al largo di Lampedusa. Non ha senso farli salire sui traghetti insieme ad altri passeggeri, magari ritardare le operazioni di sbarco, poi trasferirli nell’hot spot, nella tensostruttura e nella nave. Tutto questo potrebbe essere fatto, in sicurezza, dopo la quarantena».

Intanto, continuano i trasferimenti verso altri centri di Lazio e Piemonte, con l’obiettivo di decongestionare i centri. Ma arrivano altri migranti. Ed è accaduto anche l’ultima notte a Lampedusa.

Tutti chiedono allo Stato un intervento deciso, una maggiore organizzazione per fronteggiare questa situazione di emergenza. La ministra Lamorgese ha annunciato che in Sicilia arriverà l’esercito. Accadrà da qui a qualche giorno. Nell’attesa dei militari, nel territorio restano solo le forze dell’ordine e la difficoltà per Polizia e carabinieri, di presidiare il territorio anche per il contrasto dei reati ordinari che, nel frattempo, non sono certo scomparsi.

Ma la tragedia di questi giorni ha anche aspetti diversi. Come sempre, né solo bianco, né solo nero, ma più elementi che si intrecciano e si intersecano, a conferma di una crescente complessità, ma anche della sostanziale inadeguatezza di tutte le politiche finora messe in campo in materia di migrazioni. Mentre a centinaia approdano in Italia, molti non ce la fanno, vengono intercettati prima e vengono riportati in Libia. È già avvenuto, finora, per 6500 persone. Nell’ultimo viaggio di ritorno in Libia, due migranti sarebbero stati uccisi: appena approdati a terra alcuni hanno tentato la fuga. La fuga della disperazione per un sogno che svaniva e la paura, anzi, il terrore, di essere riportati nei campi delle torture e della morte. La Guardia costiera ed i militari hanno sparato. Ci sarebbero due feriti e, di certo, anche due morti: un triste bilancio. Che conferma, ancora una volta, l’inadeguatezza delle politiche degli Stati europei rispetto al problema. Perché la soluzione non può essere riportare i migranti nei lager africani. La civilissima Europa non dovrebbe farlo. E finora non è riuscita a non farlo.

 

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