Michele l’acrobata

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Non mi sarei immaginato di incontrarmi proprio con il clown-contorsionista-acrobata che ci aveva tenuti col fiato sospeso. Lui aveva ancora la sua crespa parrucca gialla, il naso a pallina rossa e sulla maglietta bianca, che ben mostrava il corpo di atleta, un papillon verde fosforescente dalle misure gigantesche. Si stava congedando da alcuni bambini che avevano voluto una foto con lui. Rivolto a me, propose una foto insieme. Come dire di no? Lui atletico, non alto, ma muscoloso, posò la sua mano sulla mia spalla e mi sembrò di sostenere la zampa di un elefante. Quando seppe che ero italiano, mi chiese di dargli qualche lezione basilare della mia lingua. Furono queste le occasioni per venire a conoscenza della vita di Mihàly, che qui chiamo Michele. Come mai mi sono messo a fare questo mestiere? Sì, è vero, un acrobata nasce nel circo. Ma io non sono un figlio d’arte. Mio padre era insegnante di scuole elementari in un villaggio della grande pianura ungherese. Durante il comunismo se non eri del partito e se non dichiaravi di non entrare più in chiesa, non potevi avere un posto di insegnante. Secondo il programma comunista, per formare gli uomini nuovi ci volevano uomini nuovi, non condizionati dall’oscurantismo della religione. Il comunismo era un grande progetto di progresso. Mio padre era credente ma preferì non perdere il posto di lavoro e in famiglia l’argomento religione divenne tabù. Mia madre ne soffrì, ma lo stipendio di mio padre contava più di quello che riceveva lei, commessa di un magazzino di vestiti. Ed eravamo tre figli. Quando per le superiori mi trasferii in città, le cose cambiarono. Potevo leggere, informarmi senza paura. Mi capitò nelle mani un libro in inglese di Jerzy Grotowski, il grande regista teatrale polacco che ha rivoluzionato i princìpi del teatro, affidando all’attore tutta la forza e il messaggio interiore da trasmettere, l’emozione da far provare attraverso la sua presenza fisica. Nell’aria di sospetto che il comunismo aveva generato, il bisogno che avevo di parlare, di comunicare, mi stava facendo diventare schizofrenico. Mi convinsi che avrei dovuto parlare non con parole ma con il mio stesso corpo. Fu un orizzonte nuovo che mi si prospettava. Penso che fu in quel contesto che divenne chiara la mia vocazione: volevo predicare senza parlare. Sin da piccolo sapevo fare i salti mortali, camminare su una fune, insomma facevo giochi pericolosi. Mia madre diceva che ero smontabile. Anche tra gli amici ero conosciuto per le mie improvvisazioni rocambolesche. In occasione di un 7 novembre, grande festa comunista, con altri studenti avevo organizzato uno spettacolo. Fu proprio quella sera che mi venne offerta la possibilità di lavorare in un circo. All’inizio fu una sostituzione, poi divenne un lavoro stabile. E io avevo bisogno di soldi. Da attore, acrobata? Inventai dei numeri che fossero delle gag. Contavano non solo la mia agilità felina, ma le smorfie del mio volto, i silenzi, i passi fatti bene, le cadute perfette, i salti mortali. Giorno dopo giorno sentivo in me aumentare la forza, non tanto di combattere quel comunismo degenerato in mafia di Stato, quanto mostrare alternative di libertà. Quindi anche ciò che faceva ridere doveva essere originale. Cominciai ad avvicinarmi fisicamen-` te di più al pubblico, a far scoprire i trucchi, insomma a puntare tutto sul rapporto diretto con la gente. Le sole cose che avevo da clown erano il naso, la parrucca rossa e il papillon. E i bambini questo naso me lo tirano, lo fanno rimbalzare, lo provano. La parrucca se la mettono, ci giocano… La maglietta aderente fa meglio vedere il contrasto con un papillon fosforescente che li fa impazzire. In breve – lo dice anche Grotowski – quella dell’attore è una vocazione. Il grande regista ateo arriva addirittura ad affermare che l’attore è come il sacerdote e che la scena è uno spazio sacro. Sacro è quindi il rapporto con il pubblico che diventa lo specchio dove vedo me stesso, misuro le mie capacità. Donandomi agli altri, ritrovo la mia unità interiore e nello stesso tempo mi conosco. Mentre Michele parlava, mi venne in mente un fatto di qualche sera prima e glielo raccontai. Dopo una giornata pesante ero entrato nella chiesa di Sant’Imre. Soltanto il vestibolo era illuminato. Per pregare potevo restare lì. Il resto della chiesa era chiuso da altissime vetrate oltre le quali il buio era totale. Da tempo, più che con parole, avevo imparato a pregare ascoltando. Guardavo verso l’interno della chiesa cercando la lampada del Santissimo e dirigere lì il mio ascolto, ma non vidi altro che il mio volto riflesso perfettamente sul vetro. Tra il noto e l’ignoto c’era una vetrata che mi rispecchiava. Cercai di oltrepassarmi, ma una forza quasi mi costrinse a fermarmi. Nel silenzio quel volto che mi guardava stupito sembrava mi dicesse che chi cercavo era già in me. Quando tornai a camminare per le strade, avvertii che qualcosa era successo. Ero io ma non ero più soltanto io, c’era un entusiasmo antico e nuovo. Michele mi ascoltò con attenzione. E non dicemmo altro. In silenzio ci sedemmo in un bar, a bere un caffè. Guardavamo in giro senza vedere niente. Nessun rumore poteva raggiungerci. Alla solita uscita del metrò ci salutammo, consapevoli che il dialogo tra noi non era finito. Qualche giorno dopo Michele mi cercò all’università: aveva in mano un foglietto che si vedeva era stato staccato dall’anta di un armadio o dal frigorifero. Una sera – mi raccontò – lo spettacolo fu perfetto. Grande successo. Tornato nella mia roulotte, ascoltavo i passi della gente che tornava a casa. Avevano il ritmo della gioia che avevo loro comunicato. Ma io mi sentivo svuotato. Non ero più sicuro di quale fosse il centro della mia vita. Di colpo mi resi conto che il centro dell’esistenza non sono io, non sei tu, ma è l’amore e scrissi su questo pezzo di carta: Ti cerco ma non so il colore dei tuoi occhi/ Ti amo e non so se è amore/ Dove sei?/ Le lacrime non si rassegnano/ Diventano pioli di una scala di stupore/ Raggiungo la vetta del cuore/ Qualcuno mi abita/ Da lungo, lungo tempo/ Sei tu!.

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