Michelangelo. Il segreto rimane

Michelangelo: chi era costui? Strana una domanda del genere nei confronti di un genio dal super- ego immenso, prototipo degli artisti liberi da ogni costrizione in forza del loro talento. Un miracolo italiano, anzi toscano, che sfida i secoli con potenza beethoveniana – il raffronto con Ludwig, oltre che con Dante, per quanto retorico, era inevitabile -. Il “divino” Michelangelo, già al suo tempo: quello di cui oggi tutti sanno tutto (credono di sapere), dal giapponese che fotografa senza respirare Pietà David Sistina e Cupolone, all’occidentale dei viaggi culturali organizzati, dallo studioso che scopre nuove attribuzioni (Il Fanciullo arciere di New York, ma sarà davvero del Buonarroti?) fino a noi, gente comune, a cui piace inseguire nella bellezza dell’arte la traccia insopprimibile del divino che è in noi. Quest’estate Michelangelo fa da superstar (commerciale?) in tre rassegne. A Rimini, al Meeting per una rivisita- zione documentatissima sulla Sistina, a Roma per un prestito della fiorentina Casa Buonarroti di disegni, studi, ritratti e poesie, a Firenze per i dipinti restaurati dei cinquecentisti che rallegrano all’Accademia la tribuna del David. Occasioni ghiotte per l’acculturazione di massa, ma anche per una riflessione su lui, “Michelagnolo”. Per vedere se è proprio vero che ne sappiamo tutto, se ancora riusciamo a capirlo veramente, oltre il mito ormai commercializzato: se riesce a dirci qualcosa. Se una volta almeno, cosa difficilissima, lo sappiamo ascoltare. Sono stato a Firenze, all’inaugurazione dei lavori di Allori, Pieri, Foschi, Portelli e compagni, restaurati con perizia infinita e a spese dei Friends of Florence: operazione encomiabile. Però, devo confessare, a dispetto dello splendido risultato, queste opere dicono troppo poco, anzi smuoiono, a fronte del David. Personalmente, avrei evitato il confronto, crudo perché evidenzia il crepuscolo senza speranze di certa arte fiorentina del XVI secolo. Ho rivisto dopo anni il David. Non ho cercato di capirlo. Non l’ho più visto come un modello di giovinezza virile perfetta e forte, ma più umano, caricato di tensione quasi insopportabile, anche se nobilmente contenuto nella serenità del gesto e del corpo. Ho notato di più le rughe, il profilo un po’ grifagno, il capo maestoso su cui si concentra tutta una luce spirituale, una immensa forza dell’anima. Solo dopo mi sono accorto che era nudo. Non un atleta che rincorre una bellezza puramente formale – idolo “luciferino”, perciò ingannatore, di oggi -, ma un essere armonico all’interno e all’esterno. Nulla di banale nel mo- dellato su cui vaga la luce in toni chiaroscurali, irradiandosi, direbbe Dante, come “iri da iri Un David pensoso, forse dolente, che da 500 anni dà espressione alla fatica del vivere ma anche alla sua nobiltà: questo Michelangelo? Sono stato a Roma, Palazzo Venezia per vedere disegni e dipinti del Genio. Dal Torso della battaglia di Cascina, alla perduta Leda, dalle architetture, alla Madonna col bambino che guarda lontano, come certe madri di oggi che paiono addolorarsi per la nascita di un figlio destinato al dolore. Michelangelo ci stava sotto ai disegni, ma mi rimaneva incognito. Non l’ho ascoltato. Sono ritornato allora alla Sistina, sempre oltraggiata dai commenti di chi va a vedere i capolavori senza scoprire nel silenzio suo l’anima del Grande che gli vorrebbe parlare. Ho provato a parlare con Michelangelo che “vedo”, o meglio non vedo ancora bene perché dopo anni di frequentazione lo comprendo così poco. Immense le figure, i colori, gli spazi, tutto. Ma se non mi fermo, e taccio, resto “fuori” da lui, cioè dall’eternità. La Sistina mi ha ancora sgomentato: troppo alta per le mie (deboli) forze. Mi sono ricordato allora d e l l a Cappella Paolina, quella dipinta dal vecchissimo artista e che pochi possono ammirare. L’ho vista solo una volta, ma è rimasta in me come uno sfondo di verità, l’ultima verità della morte e del “dopo”. E son stato contento di non esserci ritornato, perché forse, quella volta, avevo ascoltato qualcosa di Lui, che mi è rimasto dentro: chissà se oggi mi sarebbe ricapitato. Quante cose si possono dire di M i c h e l a n g e l o , della sua “terribilità”, del “genio”: ma chi era realmente? Non lo sapremo mai, tanto insormontabile è il tempo che ci separa. O meglio, di lui possiamo conoscere quello che lui – che è ancora vivo – ci svela nelle sue opere: quelle bellissime e quelle decisamente brutte (come il Cristo della Minerva a Roma), perché i geni non sono sempre geni, con buona pace della critica d’arte e dell’agiografia. Così, almeno una volta, chi leggerà queste righe troverà un saggio d’impotenza liberatoria davanti ad un Grande, quella necessità di essere “ignoranti” perché l’Arte si esprima. Ciò produce un senso di ringraziamento, mentre nella mente si rincorrono i volti di Maria nelle sfumature delle Pietà (immagini non logorate della femminilità), i Cristi ed i David che sfidano la morte e il male, i colloqui accorati dei disegni e la vertigine da uomomondo delle architetture. Intriso, questo mondo, da una domanda ricorrente, una inquietudine mai nascosta. Perché è una favola l’idea del Rinascimento come età dell’equilibrio: esso dura, quando dura, un attimo, l’attimo della Gioconda o del Baldassar Castiglione, che subito dopo è il sorriso amaro dei manieristi. Solo che in essi è più facile indovinarlo, mentre Michelangelo si nasconde. Perciò, rivolto a lui, aspetto che mi riveli il suo segreto, deciso a non volere indagare troppo, per rispettarne l’indipendenza sovrana. Così ho la speranza, lasciandolo parlare, di udirne finalmente la voce. Nell’anarchia spirituale dell’oggi, nell’illusione mediatica di voler discoprire ogni cosa, nel culto per una bellezza di corpi senz’anima, Michelangelo aspetta ci si accorga di lui. Stiamo in silenzio. Forse ci dirà qualcosa della bellezza eterna che ha incontrato. TRE OCCASIONI D’INCONTRO RIMINI. La Sistina e Michelangelo. Storia e fortuna di un capolavoro. Castel Sismondo, fino al 24/11 (catalogo Silvana editoriale). Spettacolare apparato iconografico, anche multimediale, con prestiti concessi da vari enti, disegni autografi, opere dal XVI al XX secolo, il tutto articolato in cinque sezioni che raccontano storia e restauri della celebre cappella e il personaggio Michelangelo. FIRENZE. Intorno al David. La grande pittura del secolo di Michelangelo, Galleria dell’Accademia. (catalogo Giunti). Ventidue opere di artisti del Cinquecento fiorentino influenzati dal genio, e disposti intorno al David. A destra i manieristi più infocati, come Carlo Portelli, seguaci del Michelangelo inquieto, a sinistra gli autori controriformisti come Allori, pittore della “naturalezza domestica”. Restaurati e ed esposti intorno alla tribuna del Gigante a significare i due indirizzi dell’arte fiorentina. ROMA. Oltre venti lavori grafici – figura, fortificazioni, architetture – esposti la prima volta nella Capitale, a manifestare l’idealità e la vicenda umana drammatica del Maestro, accompagnata da una sezione ritrattistica e dalla sua attività poetica: il tutto in quattro sezioni. Michelangelo tra Firenze e Roma. Palazzo Venezia, fino al 12/10.

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