Mia suocera

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Anonna Lilli questa parola, suocera, non è mai piaciuta. E neanche le si addice; perché quello che evoca di contrasti con generi e nuore non la riguarda. In verità le sono grato perché è sempre stata riguardosa delle scelte che, con sua figlia, abbiamo fatto anche nei confronti dei suoi nipoti. Ora che è qui su una sedia a rotelle e si lascia imboccare e rigirare è ancora delicata e riconoscente come è stata tutta la vita. Ha attraversato tutto il XX secolo col suo passetto corto: dai lampioni a gas alle cellule solari, dai tram a cavalli ai computer di quell’americano che, grazie a loro, è diventato il più ricco del mondo. Ne vedo, qui al pensionato, di gente che fu ricca. Sic transit gloria mundi! Molti senza parenti che li imbocchino, affidati a qualcuno che gli cambi il sacchetto sotto la sedia. La nonna Lilli molti soldi non ne ha mai avuti, ma ora ha il borsellino pieno di quei valori che soli valgono di là. E ogni giorno aumenta il gruzzolo. La pelle, a 92 anni e più, le si è aggrinzita tutta sulle ossa, sì che non ci sono più muscoli a tenderla. Mi vengono in mente delle fotografie che abbiamo a casa: quando giovane e piena e bella sorrideva in costume ai suoi ammiratori… È un esame di coscienza. Ora è piena di acciacchi e di dolori ma non si lamenta, anzi, ringrazia per ogni cosa. Sia chiaro, fa i capricci anche lei. Ma con un fare delicato, quasi rincresciosa di contrariare se non vuole più mangiare il secondo boccone di minestrina: Beh, dopo, semmai…. Davvero uno come vive si comporta alla fine. E pensavamo che la fine fosse prossima quando ha chiamato il prete a darle il viatico. Ma lei no, ha tenuto duro: Viva là e po’ bon. Crepa la mussa (asina) e resta el paron. Non parla mai delle cose di adesso (e ha ragione, ché alla sua età non meritano ricordo) ma mi racconta di quando, bambina, andata a Tolmin, aiutava lo zio De Morettini, console del Giappone, a fare la cestina della più bella frutta per l’imperatore d’Austria. …con Franz Joseph go parlado diverse volte, perché j era un uomo alla mano e li go dito anche una poesia un giorno che j era vegnù a Trieste. Ma quando, dopo la guera (la prima, naturalmente), si è pasadi sotto l’Italia, siamo stati contenti e mi go cantado, anche in teatro. Ma soto l’Austria se stava mejio. Un giorno ce tornemo a Tolmin perché c’è una bela casa dello zio. Con l’acqua in cusina e gli alberi de frutta e il maiale che girava per casa. Come un de noi. Per ora è lì, la testa bianca, il sorriso timido e pronto a salutar tutta la gioventù del Littorio della Casa di Riposo, quando la spingo su e giù per il corridoio e mi dice: Ben domani torna se te pol. E salutame la muleria (figli). Sì che di tutta la giornata di lavoro e di affanni e di preoccupazioni, mi resta dentro la serenità del suo sorriso. Questo quattro anni fa. Poi lento, inesorabile il disfacimento. Fino a ieri quando, ormai pelle e ossa e anima, giaceva nel letto; gli occhi chiusi, il respiro affannoso. Mi son seduto vicino a nonna Lilli con un gran senso di rispetto e di tenerezza per lei che, consegnato tutto alla vita, aveva ancora quel poco di fiato da consegnare all’Onnipotente. E le ho preso il viso freddo tra le mie mani calde di vita. Ha aperto gli occhi, mi ha baciato le mani con intensità come a ringraziare in me tutti quelli che le sono stati cari in tutta la vita. Poi è tornata nell’Eternità, il respiro sempre più debole. Si è spenta così.

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