Metti in moto la vita

Sono tanti i ragazzi che questa notte in diverse città italiane hanno scelto di lasciare l’auto a casa per andare in discoteca. E i risultati si sono visti: nel fine settimana c’è stato un numero di morti più basso rispetto ai precedenti week-end. In Lombardia, Emilia Romagna e Marche, dove più intense sono state le iniziative di Una notte per la vita non ci sono stati morti. Quattro morti tra Sicilia e Campania mentre in tutto il Nord gli incidenti mortali sono stati un paio. Questo il resoconto dell’Ansa all’indomani dell’iniziativa del 28 aprile scorso contro le stragi del sabato sera promossa dall’Associazione italiana familiari vittime della strada (Aifvs). Un sabato notte senza auto e senza sballo, con un consumo attento di alcool e l’invito a un brindisi alla vita. Un’iniziativa nata dalla proposta dell’ex ministro Carlo Giovanardi e dall’on Daniela Santanchè e fatta propria dall’Aifvs che ha visto mettere in atto numerosi eventi in tutta la penisola. Per mettere in moto la voglia di vivere, come recitava lo slogan dell’iniziativa, che si inseriva nell’ambito della settimana mondiale della sicurezza stradale indetta dall’Onu, la quale aveva per titolo L’incidente non è fatalità. Nella riviera riminese si calcola che 1200 ragazzi abbiano raggiunto i luoghi della notte con i mezzi pubblici potenziati per l’occasione. E qualche discoteca ha promosso il latte party: niente alcol dalla tre in poi.Mentre si vorrebbe mettere in atto un’iniziativa congiunta che premi il guidatore di auto che si impegna a rimanere sobrio con qualche bevanda analcolica in omaggio. Iniziative, speriamo non solo occasionali, in netta controtendenza rispetto ad altre che, invece, sono una vera e propria istigazione allo sballo. Come nel caso degli open bar, locali dove puoi bere quello che vuoi a costo fisso. Cinque euro e bevi quanto vuoi, recitava l’offerta di un locale di Reggio Emilia, che dopo la manifestazione di protesta di genitori e rappresentanti delle associazioni di volontariato e dell’Aifvs, ha deciso di ritirare il messaggio pubblicitario, senza però cessare il tipo di offerta. Efficace, fra le tante iniziative, lo spettacolo teatrale dell’attore comico Max Giusti, IcaroYoung, testimonial peraltro di un progetto giunto alla settima edizione, riservato a sensibilizzare a questi temi gli studenti delle scuole elementari, medie e superiori di tutta Italia. Ragazzi, tenete sempre il casco ben allacciato e… il cervello acceso – ricordava l’attore -. Non bisogna vergognarsi di far vedere che si tiene alla propria vita: tra i più giovani, la prudenza al volante di un’auto o alla guida di un motorino può essere scambiata per mancanza di coraggio. Se si riesce a far passare il messaggio esattamente opposto, che cioè chi si dimostra più maturo e responsabile in certe circostanze è in realtà più in gamba degli altri, potremo dire di aver fatto un passo in avanti decisivo nella battaglia per la sicurezza. Secondo Giuseppa Cassaniti Mastrojeni, presidente Aifvs, per rendere efficaci le campagne di sensibilizzazione è necessario che ci sia anche uno sforzo nel sistema radiotelevisivo che non dia spazio a pubblicità che incrementano stili di vita e di guida trasgressivi. Bisogna far crescere infatti la consapevolezza che il mezzo di trasporto è anche un mezzo di morte e va usato con grande senso di responsabilità. A scendere in campo a favore della vita anche i giocatori della serie A, con uno striscione dell’Aci contro gli incidenti e l’invito a sottoscrivere sul sito www.aci.it la petizione per impegnare il G8 e il governo italiano ad adottare provvedimenti concreti per la sicurezza stradale. Un impegno che vede coinvolta non solo l’Italia, ma tutti i paesi dell’Unione europea che si sono dati un obiettivo: ridurre di almeno il 50 per cento il numero di decessi entro il 2010 attraverso il programma di azione europeo per la sicurezza stradale. Ammontano attualmente a un milione e 300 mila gli incidenti registrati ogni anno nel territorio dell’Unione, con 40 mila morti e un milione e 700 mila feriti. Nel nostro Paese 300 mila sono i feriti e 8 mila i morti. Dati che non riguardano solo il popolo delle discoteche, certo, ma che potrebbero essere di gran lunga inferiori con una grande opera di prevenzio- ne che non impegni solo il governo, né la polizia. Perché adottare misure come un inasprimento di pene per la patente a punti, aumentare i controlli delle forze dell’ordine, migliorare la qualità della sicurezza delle nostre strade, limitare la somministrazione di alcool e anticipare la chiusura delle discoteche è importante. Ed esempi positivi di città dove il problema si è parecchio ridimensionato incoraggiano a non mollare sul fronte prevenzione. Treviso, nel 1997 era maglia nera della casistica nazionale con 200 morti su strada in un anno. Dieci anni dopo il numero dei decessi è diminuito del 58,8 per cento, frutto di una massiccia campagna sulla sicurezza stradale e di un piano efficace di intervento che ha visto collaborare vigili urbani, presidi, parroci, gestori di discoteche, baristi, commercianti, funzionari delle Asl. Trasporti collettivi del sabato sera, rotatorie sui lunghi rettilinei (con in mezzo magari un’utilitaria accartocciata dopo un incidente), promozioni nelle discoteche con bonus a chi non beveva alcolici e soprattutto prevenzione con un grande impegno educativo a cominciare dai bambini. Pieno successo dunque. Perché il problema di fondo è imparare ad amare la vita, propria e altrui, riscoprirne il senso. AVREI VOLUTO ESSERE L’ULTIMO Testimonianza di una persona rimasta paralizzata in un incidente fornita dall’Aifvs. L’incidente stradale è una mina vagante sempre innescata. Un attimo prima si è bellissimi corpi funzionanti, cervelli pensanti, sentimenti, progetti, aspirazioni, sogni. Poi una frenata e uno schianto. L’istante dopo; arti frantumati, ossa spezzate e fuoriuscite, sangue e materia tra lamiere contorte, e sbigottiti, flebili, inutili, ultimi lamenti. Di lontano si avverte il suono affilato d’una sirena, quindi ahimè, spesse volte più niente. Indietro non si può tornare. Così vanno le cose in un incidente stradale, io lo so, reduce paralizzato che da vent’anni ne porta addosso e attorno le pesanti conseguenze. Avrei voluto essere l’ultimo, invece no. La strage fa notizia, ma non informazione e neppure educazione. Se ne parla poco e male, cercando il colpevole tra dismisure alcoliche e chimiche dei ragazzi del nostro tempo o nelle macchine troppo veloci, tra orari dell’alba tragica e la pubblicità incalzante, modello di progresso e di velocità, ma sappiamo tacitamente che non è così, non del tutto. Adesso basta! Occorre proporsi, concepire un nuovo mito che salverà almeno uno di noi, uno dei nostri figli. Il nuovo mito è la vecchia etica perduta, l’amore e la reverenza per il miracolo della vita, unico e irripetibile. Abbiamo un nuovo dio, è in formato tv, ma sta segnando il passo. Chiediamogli un aiuto che vada oltre altri interessi; di proporre un servizio articolato per raggiungere l’obiettivo primario: un’educazione visiva alla prevenzione del devastante spargimento di sangue. I giovani non sono nati stupidi, sono soli in mezzo a poco amore e troppi strani miti da noi adulti, preconfezionati. L’incidente non è quasi mai un evento naturale, ma è procurato da azioni umane errate, dal risvolto letale, devastante. Se la causa è umana, è migliorabile. www.handyscap.it Carlo Mariano Sartoris

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