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Italia > Emergenza migranti

Mediterraneo come un cimitero: l’arcivescovo Lorefice contro il silenzio dettato da scelte politiche

di Francesca Cabibbo

- Fonte: Città Nuova

Sulle spiagge di Sicilia e Calabria si stanno spiaggiando i corpi di chi è morto in mare. Potrebbero essere addirittura mille le vittime dei naufragi che si sono verificati nei giorni del ciclone Harry. Papa Leone XIV andrà a Lampedusa invece di recarsi negli Stati Uniti su invito del presidente Trump. L’arcivescovo Lorefice insultato per aver denunciato il silenzio sulle tragedie del mare «gridato da precise scelte politiche»

Recupero dei corpi dopo il naufragio di un’imbarcazione di migranti in Sicilia nel 2023 Foto d’archivio. ANSA/ MAX FIRRERI

15 cadaveri sono stati restituiti dal mare sulle spiagge di Sicilia e Calabria. Avvistati sulle coste di Tropea, in Calabria, ma anche a Paola e Scalea, nella zona di Custonaci e Marsala, nel trapanese, nelle spiagge di Pachino, nel siracusano e a Pantelleria. Potrebbero essere circa mille i migranti scomparsi durante il ciclone Harry. Sono questi i dati che emergono dalle testimonianze dei pochi sopravvissuti, dai racconti di chi ha avvistato in mare dei natanti poi purtroppo scomparsi.

Il mare sta restituendo decine di cadaveri, difficile dopo quasi un mese procedere a un’identificazione di persone che purtroppo non hanno un’identità. Nessuno conosce i nomi di tutti coloro che si sono imbarcati sui natanti di fortuna e che non hanno esitato a farlo persino nei giorni del ciclone Harry che ha colpito il Mediterraneo. Sarebbe bastato rinviare quel viaggio di qualche giorno e si sarebbe evitata una strage di dimensioni immani.

Una tragedia passata sotto silenzio. I morti del ciclone Harry non hanno trovato molto spazio tra i titoli principali dei nostri TG.

L’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, qualche giorno fa, intervenuto a un momento di preghiera per i morti in mare organizzato dalla Ong Mediterranea Saving Humans, ha detto: «Le martoriate acque del mare nostro sono ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche». Sui social si sono scatenate reazioni forti, persino di chi ha definito Lorefice «comunista come Papa Francesco» o chi afferma che «i preti non devono fare politica». All’arcivescovo metropolita sono arrivati numerosi attestati di solidarietà per le sue parole di denuncia, ma anche di pietà per quei morti in mare che nessuno ricorda. Lo hanno fatto i vescovi siciliani. Al suo fianco si sono schierati associazioni, gruppi politici, movimenti ecclesiali. Un episodio che, in qualche modo, rappresenta uno spaccato del dibattito su questi temi che in Italia tiene banco e che, spesso, si muove più su sentieri ideologici che su quelli dei contenuti.

Negli stessi giorni, dal Vaticano è stato fatto l’annuncio delle prossime visite del papa nel 2026. Tra le mete scelte da Prevost ci sarà Lampedusa, dove si recherà il prossimo 4 luglio. «Un dono di grazia e di speranza per la Sicilia e per il mondo intero», commenta il presidente della Conferenza episcopale siciliana monsignor Antonino Raspanti.

Il pellegrinaggio di papa Leone arriva dodici anni dopo quello di papa Francesco, che l’8 luglio 2013 scelse l’isola delle Pelagie come meta del primo viaggio del suo pontificato. «La presenza del papa – aggiunge Raspanti – è un segno forte in un luogo che racconta le ferite e le speranze del nostro tempo. È un incoraggiamento a riconoscere il male e le strutture di peccato che generano dolore e sofferenza infinita».

Non sfugge ad alcuni osservatori la scelta strategica di Leone XIV. Il vicepresidente statunitense J. D. Vance, cattolico, nel maggio scorso si era recato in Vaticano e aveva rivolto al papa l’invito del presidente Trump ad essere presente al Freedom 250, l’evento organizzato negli Stati Uniti per il 250° anniversario dell’Independence Day. Proprio in quella data, il 4 luglio, il papa sarà invece a Lampedusa. E il tema dei migranti e del valore della vita umana sarà ancora in primo piano.

«Sembra che le vite risucchiate dal mare in quei giorni siano addirittura mille. Mille vite che si aggiungono alle decine di migliaia di donne, uomini e bambini divorati dal mare in questi anni nel Canale di Sicilia. Donne e uomini invisibili ai nostri occhi da vivi e da morti», ha affermato Giacomo Anastasi, sindaco di Petrosino, comune del trapanese. Anastasi non usa mezzi termini. Parla di “cimitero Mediterraneo” e del nostro “silenzio colpevole”.

«Da sindaco di un piccolo comune di questo Sud estremo, per quel poco o niente che può servire, sento ancora l’obbligo morale di provare a scalfire il silenzio che ignora e nasconde quei morti. Il silenzio ferocissimo e spietato di ministri e politicanti. Il silenzio di tanti giornali, di chi fa informazione, il silenzio di tanti, troppi di noi. Quale speranza possiamo coltivare, quale futuro possiamo immaginare se la morte di un altro essere umano non ci muove più non dico indignazione, ma almeno umana pietas?».

«L’orrore si ripete da troppo tempo», scrivono i giovani della rete Mare Nostrum e del Consiglio dei Giovani del Mediterraneo. La loro voce è una delle poche che si alzano in questi giorni, in cui altre notizie occupano le prime pagine dei giornali.

«Sappiamo bene – aggiungono − che un insieme enorme di problemi spinge drammaticamente molti alla fuga, dall’Africa sub-sahariana, dal Nord Africa, dal Medio Oriente: conflitti armati, oppressione da parte di Governi, perdurare di povertà estrema, sconvolgimento di zone provocato dai cambiamenti climatici, dalla mancanza della speranza in una vita degna, in Paesi che sembrano condannati ad avere classi dirigenti corrotte da imprese multinazionali o da governi esterni».

I giovani lanciano un appello alla comunità internazionale. L’ennesimo appello che rischia di rimanere inascoltato, ma che porta con sé le voci di chi non ha voce. «Obiettivo ineludibile è porre un argine alle migrazioni forzate. È un impegno molto complesso, che richiede lo sforzo condiviso della comunità internazionale. Occorre uno sforzo collettivo (come fu in Italia con la missione Mare Nostrum, la più importante operazione di pattugliamento e di salvataggio in mare realizzata da uno Stato europeo), salvando anzitutto le vite in pericolo, come l’antica legge del mare ci impone. È una questione di umanità! Ma occorre immediatamente dopo aprire un’accoglienza seria, che rappresenta anche un reciproco vantaggio».

Nei giorni scorsi è stato presentato a Roma, presso la sede della Conferenza episcopale italiana, il grande progetto Prendersi cura. Una famiglia per ogni comunità ideato proprio dal Consiglio dei giovani del Mediterraneo e dalla rete Mare Nostrum. L’iniziativa di solidarietà prevede il coinvolgimento delle diocesi, delle comunità parrocchiali, dei conventi e delle varie realtà religiose e laiche, con l’obiettivo di aiutare i più poveri e i più bisognosi. Il Consiglio dei Giovani del Mediterraneo è nato all’indomani degli incontri dei vescovi del Mediterraneo a Bari nel 2020 e a Firenze nel 2022.

Tina Hamalaya, di origini libanesi, segretaria del Consiglio dei giovani del Mediterraneo, spiega il progetto di solidarietà e di accoglienza. «Ogni giovane delegato del consiglio, insieme al suo vescovo, individuerà i bisogni specifici della propria realtà sui quali occorrerà intervenire con dei singoli progetti specifici. Inoltre, per far conoscere nei termini generali la nostra iniziativa, le Conferenze episcopali e i sinodi delle Chiese orientali lo presenteranno alle singole diocesi e potranno autonomamente ricercare fondi per sostenere le loro idee». Punto di forza è la condivisione delle idee e delle esperienze tra giovani che vivono e operano in contesti geografici e culturali diversi. «Dentro il nostro Consiglio, i ragazzi hanno potuto capire meglio come vivono gli amici che si trovano dall’altra sponda di quello che, il sindaco di FIrenzeGiorgio La Pira, definiva un grande lago. Ecco, i giovani sono una ricchezza non solo per la Chiesa ma anche per tutte le società».

Oggi il Consiglio dei giovani del Mediterraneo è composto da 40 delegati scelti dalle Conferenze episcopali e dai sinodi delle Chiese orientali. Sono un ponte di dialogo e di incontro anche con giovani di fedi diversi, soprattutto ebrei e musulmani. Sono, prima di tutto, un segnale di speranza, per provare a immaginare un Mediterraneo di pace, per continuare a sognare e a pensare in grande. Perché la generazione degli adulti oggi sta perdendo la speranza. E i giovani possono ritrovarla.

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