Medio Oriente, ombre e speranze per il 2019

L’Ispi pubblica il suo dossier annuale che investiga quel che succederà nel mondo nell’anno iniziato. Sulla regione mediorientale l’attenzione è particolarmente acuta

È di questi giorni, come accade da diversi anni in questo periodo, la pubblicazione dell’interessante dossier annuale dell’Ispi, l’Istituto italiano per gli studi di politica internazionale. La pubblicazione è scaricabile in pdf dal sito dell’Istituto e si intitola: Ispi, il mondo che verrà, 10 domande per il 2019. Non si tratta quindi di un bilancio retrospettivo bensì di uno sguardo al futuro, all’anno appena iniziato.

In realtà, oltre alle 10 question, il dossier segnala anche 10 realtà da osservare con attenzione: 6 sono situazioni o eventi e 4 sono personaggi politici (leader da “tenere d’occhio”). Il tutto condensato in sole 56 pagine facilmente leggibili anche dai non addetti ai lavori. Analisi e ipotesi redatte da firme internazionali di grande competenza.

L’Ispi è una delle eccellenze italiane: l’Istituto, fondato nel lontano 1934 allo scopo di «informare per orientare», come scriveva il primo direttore Pierfranco Gaslini, dopo 85 anni è ormai diventato uno dei think tank (serbatoio di pensiero) sulla politica tra i più prestigiosi a livello internazionale. Lo scorso anno si è riconfermato primo al mondo tra i Think tank to watch, selezionato fra 7.800 istituzioni mondiali di studi politici dal Global go to think tank index report dell’Università della Pennsylvania.

Dal mio angolo di osservazione, naturalmente, sono soprattutto interessato al 25% del dossier Ispi 2019 che si occupa di Medio Oriente: Siria, Iran e Libia fra le question, Iraq e Yemen fra le realtà to watch.

militari-turchi-invadono-nuovi-territori-in-siria-foto-apPer quanto riguarda la Siria, l’interessante contributo di Julien Barnes-Dacey, direttore del Mena programme dell’European Council on Foreign Relations, si concentra sulla prospettiva di una ricostruzione del Paese, che potrebbe diventare un tema dominante nel 2019, pur fra complesse tensioni, tentativi multilaterali di strumentalizzazione, minacce e crisi. Naturalmente sarà molto difficile reperire i 300 miliardi di dollari necessari, ma per Assad anche solo iniziare la ricostruzione sarebbe la sanzione definitiva della vittoria del regime dopo 8 anni di guerra.

L’ambasciatore italiano Luca Giansanti, ex direttore generale per gli affari politici e di sicurezza del ministero degli Esteri, valuta le prospettive per l’Iran, colpito dalle sanzioni del governo Usa sul nucleare, chiedendosi se non si rischia di passare a un caos molto pericoloso. La situazione è effettivamente seria, aggravata dall’atteggiamento statunitense che alimenta le forze interne iraniane più radicali e contrarie a ogni dialogo. Ma oltre alla proverbiale capacità degli iraniani di compattarsi contro gli attacchi esterni, occorre ricordare che il Paese non è isolato, ma in certo modo sostenuto da Europa, Russia e Cina e da una rete di Paesi della regione (Turchia, Qatar e Oman). Nei due anni di amministrazione Trump che forse restano, secondo Giansanti l’Iran potrebbe farcela, sperando che dopo cambi qualcosa nella politica statunitense.

Per quanto riguarda la Libia, Federica S. Fasanotti del Brookings Institution e Arturo Varvelli dell’Ispi si chiedono se il 2019 potrebbe essere l’anno di Haftar piuttosto che del suo antagonista al-Serraj. Il militare libico del Fezzan potrebbe emergere come leader del martoriato Paese nordafricano, sorretto dall’espansione militare, da un crescente consenso interno e da una rinnovata legittimità internazionale (Egitto, Emirati, Russia).

Ma tra le ipotesi più interessanti c’è quella relativa alla nuova fase dell’Iraq sviluppata prudentemente da Dlawer Ala’Aldeen, fondatore del Middle East Research Institute (Meri), di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Dopo questi lunghi anni di caos, si intravede una fase nuova segnata dalla mancanza di grandi partiti politici pan-iracheni o di padri della patria, ma da sentimenti crescenti di un diffuso “irachismo” stanco delle interferenze statunitensi e iraniane. Gli europei (più che l’Ue) potrebbero giocare un ruolo importante, secondo Dlawer Ala’Aldeen, per aiutare Baghdad ed Erbil a concentrarsi sulla costruzione della nazione e dello Stato per diventare un partner commerciale solido, cosa che le risorse del Paese potrebbero assicurare.

Il conflitto in Yemen viene analizzato da Joost Hiltermann, che è il direttore del Mena Program dell’International Crisis Group, una Ong che fornisce consulenza ai governi e agli organismi intergovernativi, come Nazioni Unite, Ue e Banca mondiale, sulla prevenzione e la risoluzione di conflitti mortali. Hiltermann ritiene che le attuali sfide vadano «oltre le capacità di quel che rimane dello stato yemenita» di trattare un accordo. Nonostante l’attuale fase di relativo stallo militare, non è purtroppo ancora realistico sperare per il 2019 in un accordo che ponga fine alla guerra, ma nel corso dell’anno si potrebbero gettare le basi per «alimentare un barlume di speranza per un futuro migliore per lo Yemen e il suo popolo disperato».

 

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